Elezioni americane: l’ipocrisia di una democrazia inesistente

in Internazionale/Nord America di

La difficile situazione della sinistra americana

Sono iniziate le primarie dei due partiti maggiori statunitensi. Malgrado esistano decine di partiti in america, tra cui alcuni genuinamente progressisti e addirittura marxisti come il Party for Socialism and Liberation (PSL), le elezioni nella storia americana hanno visto confrontarsi nella stragrande maggioranza dei casi i candidati dei due partiti maggiori del momento: di fatto si tratta di un sistema bipolare e bipartisan in cui le altre sigle non riescono ad avere nessuno spazio a livello federale.

Il PSL, già citato prima, presenta ad ogni elezione presidenziale un candidato. In questa e nell’ultima tornata elettorale si tratta della marxista Gloria La Riva che però, visto il sistema dominato quasi esclusivamente dai due partiti (che spesso per altro si sovrappongono nelle posizioni politiche!), non ha ottenuto che lo 0,05% dei voti alle presidenziali del 2016.

Ma nel 2016 c’è stata una sorpresa all’interno del Partito Democratico che pochi si aspettavano potesse davvero creare problemi. Il deputato al Senato americano Bernie Sanders, eletto come indipendente (benché avesse militato per anni nel Liberty Union Party di orientamento pacifista) alla Camera dei rappresentanti dal 1991 e poi al Senato dal 2007, si è candidato per le primarie del Partito Democratico. Un vecchietto arzillo e instancabile che durante quella campagna ha saputo creare attorno a sé, o meglio, ha saputo compattare attorno a sé un movimento di giovani studenti e lavoratori a favore delle sue rivendicazioni sociali.

Stiamo parlando di un programma socialdemocratico moderato, “niente che in Europa possa stupire da un politico di centro-sinistra” dice il PSL in un comunicato, ma negli Stati Uniti un programma del genere viene percepito come comunismo viscerale. Sanità accessibile a tutti, cancellazione dei debiti universitari, salario minimo di 15 dollari l’ora, una serie di riforme in sostegno dei diritti civili, una tassazione maggiore alle aziende e ai ricchi iscritta in un pensiero economico post-keynesiano.

Ovviamente negli USA, dove lo Stato sociale è quasi inesistente ed anzi il termine “welfare state” viene associato con negatività a chi “non ha voglia di fare”, il programma del Senatore Sanders suona veramente come troppo di sinistra.

La candidatura di Sanders, autodefinitosi “socialista democratico” (termine molto forte negli Stati Uniti) è osteggiata dall’establishment americano in toto sia dai repubblicani che dai democratici stessi, che in più modi cercano di ostacolare un suo avanzamento nelle primarie. Nel 2016 il Senatore americano è riuscito ad arrivare al testa a testa con Hillary Clinton, perdendo per pochissimo e questo soprattutto perché mediaticamente attaccato da tutti i maggiori media americani e per via delle forti opposizioni interne al partito.

L’Iowa e la democrazia a geometria variabile

Sono da poco iniziate le primarie dei due partiti, durante le quali si scelgono i candidati dei due partiti maggiori Stato per Stato, partendo dall’Iowa. Il primo Stato è importante perché va a determinare, come trend ma anche psicologicamente, l’andamento dei vari candidati. I risultati hanno impiegato 3 giorni per uscire (non si doveva sforare il singolo giorno!) e ai ritardi non sono date spiegazioni se non di “malfunzionamenti” dell app per il controllo dei voti (che come se non bastasse sono finanziate con i soldi di uno dei candidati!). Se fosse successo in un qualsiasi paese dell’America latina ora ci sarebbe già stato un colpo di stato, come in Bolivia dove l’accusa dei brogli nasceva unicamente dal ritardo dei risultati. Entrando nel merito del sistema democratico statunitense, quello che osserviamo è quindi una democrazia a geometria tanto variabile da mettere profondamente in discussione la possibilità di definire un tale sistema “democratico” anche in termini liberali.

Chinandosi sui risultati in Iowa, già una primo elemento lascia perplessi: i voti totali di Sanders superano quelli di tutti gli altri, tuttavia i delegati di quello Stato a lui assegnati sono comunque meno rispetto al secondo candidato in classifica, Pete Buttigieg.

Il sistema è tanto complicato quanto variabile: lo Stato è diviso in quartieri, all’interno dei quali si organizzano dei “caucus” in palestre scolastiche o luoghi con un grande spazio, dove i votanti si dividono in gruppi corrispondenti al candidato desiderato e, alla fine, sulla base delle percentuali, vengono assegnati i delegati che voteranno per quel candidato alle primarie. Il problema è anzitutto che non tutti i quartieri hanno lo stesso numero di delegati. Ma non solo: la quantità di questi può cambiare ad ogni elezione: Sanders va fortissimo nelle zone principalmente abitate da studenti universitari (dove ha ottenuto più del 50% dei voti in alcuni quartieri) e, “casualmente”, quest’anno la Convention Nazionale Democratica ha abbassato il numero di delegati e quindi l’influenza totale di queste zone dal 44% del 2016 ad un tetto massimo del 32% indifferentemente da quanta gente si presenta.

I risultati parziali dell’Iowa mostrano Sanders vincitore ma con meno delegati assegnati di Buttigieg

Non è tutto: oltre ai ritardi, agli smussamenti a piacimento del sistema elettorale stabilito dal Partito Democratico , ci sono anche degli “errori” (e cioè dei veri e propri brogli): qui vengono pubblicati gli errori rilevati nell’assegnazione delegati, tutti a sfavore di Sanders, per un totale di 14 delegati in meno, i quali gli permetterebbero di vincere definitivamente le primarie. Per aumentare la confusione, il presidente del Partito Democratico ha chiesto il riconteggio dei voti. I media, d’altro canto, hanno dato ampio spazio alla presunta vittoria di Pete Buttigieg ancora prima che ci fossero dei risultati attendibili. Egli stesso si è annunciato vincitore dopo che solo l’1.87% dei voti erano stati pubblicati!

Perché l’establishment e il Partito Democratico fanno di tutto per bloccare l’avanzata di Sanders?

Non bisogna farsi illusioni: Bernie Sanders non è un rivoluzionario né un socialista. Il suo programma è moderato e non è anti-capitalista. Ha anche adottato decisioni condannabili come il sostegno al bombardamento della Serbia nel 1999. Tuttavia, nonostante queste pesanti contraddizioni, egli rappresenta un tentativo di freno alle politiche neoliberiste ma anche all’imperialismo americano. Sanders si è opposto a tutte le recenti guerre in Medio Oriente facendo appello a soluzioni diplomatiche e vuole mantenere il dialogo iniziato dal presidente Trump con il leader della Corea popolare Kim Jong Un per la pace nella penisola, con una possibilità di allentamento delle sanzioni sulla Corea del Nord. Ma non c’è solo questo: il movimento sociale che si è sviluppato attorno a lui può essere anche più radicale di così, per cui, secondo i comunisti americani del PSL, l’establishment teme che questa variegata massa possa davvero aizzarsi contro l’attuale sistema andando a intaccare in maniera importante lo status quo dell’impero americano. L’elezione di Sanders potrebbe quindi significare che le cose possono essere cambiate e questo segnerebbe un punto di svolta da cui i giovani americani, i lavoratori e le frange meno abbienti della popolazione americana non tornerebbero indietro. Se è davvero così lo scopriremo solo con il tempo. Intanto è certo che tutto questo, i “democratici” americani non lo possono davvero permettere.

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