2020, nuovo anno, vecchie strategie

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A natale in Burkina Faso un attacco terroristico ha portato alla morte di trentacinque civili, lo scontro tra forze armate e terroristi nelle ore seguenti ha fatto perdere la vita a 18 militari e 85 jihadisti. I gruppi terroristici si richiamano ad Al Qaeda e allo Stato Islamico, ma ben più inquietante è cercare di capire chi li arma e finanzia e perché. Se si analizzano tutti i dati si scopre un’agghiacciante continuità tra tali episodi in Burkina Faso e altrettanti simili in Pakistan e Sri Lanka. Tutte e tre queste nazioni hanno scelto molto chiaramente di cooperare con Cina e Russia nella costruzione di un mondo multipolare e di pace e guarda caso subito dopo le scelte politiche ed economiche di cooperazione con la Cina è iniziata l’ondata terroristica.

In Burkina Faso nel 2015 il nuovo presidente Marc Kaboré caccia dopo quasi trent’anni di potere il dittatore Blaise Compaoré alleato dell’Occidente e assassino di Thomas Sankara. Tra i primi atti di Kaboré il disconoscimento di Taiwan e il riconoscimento della Cina Popolare quale unico rappresentate del popolo cinese, immediatamente iniziano ad operare nel paese gruppi islamisti, mai prima presenti e iniziano a compiere attentati.

Nel 2018 la Cina investe in Burkina Faso cinquanta milioni di dollari per sostenere le forze armate locali, la costruzione di un ospedale a Bobo Dioulasso e l’autostrada Ouagadougou – Bobo Dioulasso, ad agosto il China Yunhong Group ha annunciato un piano d’investimento quinquennale nel paese dal valore di oltre trecento milioni di dollari, concentrato nei settori dell’agricoltura, dell’industria farmaceutica e nelle infrastrutture del settore minerario, quanto accaduto in seguito, non solo con gli ultimi attentati, ma anche coi precedenti, è tragica cronaca.

In Sri Lanka ricordiamo gli attentati terroristici di pasqua, avvenuti dopo che il paese ha confermato la sua volontà di diventare lo snodo fondamentale della Nuova Via della Seta voluta da Xi Jinping nell’oceano Indiano, grazie a un investimento cinese di dieci miliardi per infrastrutture portuali, confermate dal nuovo presidente recentemente eletto. Nel paese l’allerta e la preoccupazione per nuove possibili violenze è massima.

In Pakistan, appena aperti i cantieri del Corridoio Economico Cina-Pakistan, ha fatto la comparsa l’Esercito di Liberazione del Beluchistan, seminando morte e danneggiando le infrastrutture in costruzione.

È abbastanza facile ricondurre queste operazioni ai fautori dell’integralismo islamico in funzione anticinese e antirussa, ovvero i governi saudita ed emiratino, che da anni finanziano e armano questi gruppi, in sintonia, più ancora che con l’attuale presidenza statunitense, con l’apparato militare e industriale a stelle e strisce e le multinazionali occidentali non solo speculative e finanziarie, ma anche quelle dedite all’accaparramento delle materie prime, in una continuità progettuale che li mette in totale accordo con la precedente amministrazione Obama e con gli interessi della famiglia Clinton.

Proprio l’apparato militare e industriale a stelle e strisce e le multinazionali occidentali sono i protagonisti diretti di analoghe operazioni in America Latina, dai tentanti colpi di stato attraverso finanziamento di gruppi eversivi, vedi Venezuela e Nicaragua, a quello tragicamente riuscito in Bolivia.
Non è un mistero che il petrolio venezuelano e il litio boliviano siano risorse che l’Occidente intende depredare senza permetterne l’acquisto da parte di Cina e Russia, in Nicaragua si è fomentata una rivoluzione colorata per impedire l’arrivo dei finanziamenti cinesi per il canale Atlantico – Pacifico, anch’esso un progetto della Nuova Via della Seta di considerevole valore che dovrebbe permettere a cinesi e russi di non dover sottostare al controllo esercitato dagli statunitensi sul canale di Panama.

È evidente che il nuovo anno porterà inevitabilmente un acuirsi dello scontro in atto, alcuni analisti, considerando la Guerra Fredda il terzo conflitto mondiale, reputano questo il quarto, operativo molto limitatamente dal punto di vista militare, se non appunto con operazioni terroristiche o guerre locali, dalla Siria al Donbass, quanto piuttosto tutto giocato su altri due livelli, quello economico e commerciale, dagli scambi internazionali all’accesso alle materie prime, e quello mediatico-valoriale, attraverso cui l’Occidente tanta di accreditarsi come “democratico” e “libero” dipingendo russi, cinesi, iraniani, venezuelani e tutti gli altri attori internazionali non asserviti ai suoi interessi come autoritari, liberticidi e dittatoriali.

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Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.