Diario di viaggio a Cuba: più forte delle avversità, verso un mondo multipolare

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Mentre il caldo e l’umidità abbracciano ancora troppo intensamente Cuba, le ciminiere delle raffinerie di Guanabacoa, oltre il golfo dell’Avana, più in là rispetto al Lenin pensieroso che dalla collina di Regla abbraccia col suo sguardo tutta la città, fino alle estreme propaggini del Malecon, in cui sempre il mare “salpica”, ovvero salta il muro che si frappone tra città, cielo e salsedine, sono mute, spente.

L’embargo contro il Venezuela si riverbera contro Cuba e le migliaia di barili di petrolio che ogni giorno affluivano nello scambio solidale tra paesi socialisti è interrotto dalla brutalità di un capitalismo speculativo che pensa di essere più grande e più forte degli esseri umani, esplicitandosi con tutta la sua violenza arrivando a negare agli avaneri in questi giorni d’inizio ottobre l’acqua in bottiglia.

Eppure più forti di tutto, le giovani generazioni, coi loro rossi fazzoletti dei pionieri e della gioventù comunista, già prima delle otto del mattino assiepano le scuole e festosi ripetono che dedicheranno la loro vita alla patria e al comunismo: “saremo come il Che!”, gridano, emozionando chi li ascolta, genitori, docenti e massimamente i rari europei presenti, che vengono da un continente in cui l’individualismo autoreferenziale ha travolto ogni idea d’agire collettivo.

Così, sospinti dall’entusiasmo che promana dal profondo sguardo di coloro che rappresentano il futuro di quest’isola, cerchiamo i segni di un ideale che continua a farsi presente nonostante le mille avversità che deve affrontare. Eccolo allora nello sguardo di una dirigente scolastica che organizza mille attività per i suoi studenti, con l’abnegazione di professoresse e professori che sono pienamente consapevoli del loro ruolo all’interno della società socialista che garantisce casa, scuola, lavoro e salute a tutte e tutti, nessuno escluso.

Ecco gli incontri con l’Ujotacé, la Gioventù Comunista nella cui sede campeggiano le celebri e toccanti parole di Fidel: “Rivoluzione è uguaglianza e libertà, è cambiare tutto ciò che deve essere cambiato, è patriottismo”, con il Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, la forza politica che con slancio e determinazione offre a quest’isola il senso di una identità che si fonde con la dignità, con il direttore, gli operai e gli impiegati che hanno fatto ripartire una stamperia ed editano il quotidiano della comunità cinese della captale, consapevoli che un mondo multipolare e di pace sia indispensabile e che solo Cina e Russia possono garantirlo, la stessa certezza di un avanero che passeggia placido sul far della sera con una spilla di Putin.

L’alba dell’8 ottobre ci trova a Santa Clara e non poteva essere diversamente. Il pomeriggio precedente, sotto un torrenziale diluvio tropicale abbiamo attraversato i trecento chilometri che dividono l’Avana dalla cittadina ai piedi della Sierra dell’Escambray, quegli stessi chilometri che in direzione opposta e in un tripudio di popolo finalmente libero Ernesto Che Guevara e Camilo Cienfuegos avevano percorso in alcuni giorni lunghi come un sospiro dalla fine della battaglia di Santa Clara della fine del dicembre 1958, fino al fatidico 1° gennaio 1959, anniversario dell’avvento della patria nuova, così che mentre i due guerriglieri entravano all’Avana, al limitare opposto dell’isola, a Santiago, Fidel Castro indugiava nella notte con parole di fuoco, attendendo che l’alba sancisse l’avvento di nuove epoche e nuove stagioni.

Nel luglio 1997, all’Avana per il Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti, ho avuto l’immenso privilegio di essere tra i primi al mondo a vedere le fotografie dei ritrovati resti mortali di Che Guevara, Tania e degli altri combattenti. Il professore che mi ospitava aveva infatti ricevuto una busta riservatissima dalle Forze Armate Rivoluzionarie e me ne aveva fatto parte. Io ho risposto una mattina presto al telefono in quella casa, mentre ancora tutti dormivano, alla famiglia Guevara che chiamava dall’Argentina per avere conferma che – sì – il corpo di Ernesto fosse stato ritrovato. Quello stesso anno a metà ottobre le spoglie rientravano dalla Bolivia per essere posizionate presso il mausoleo dedicato ai combattenti a Santa Clara e che nel 2010, dopo aver incontrato Gabriel Garcia Marquez al Festival del Cinema Latinoamericano conversando di Anna Seghers e di molto altro, avevo visitato con profonda emozione.

Essere tuttavia a Santa Clara l’8 ottobre è una duplice gioia perché nel giorno in cui l’isola fa memoria dell’eroico guerrigliero, ugualmente in ogni scuola, in ogni piazza, vengono consegnati i fazzoletti dei pionieri ai bambini che hanno iniziato la scuola primaria, un rito che si nutre di valori, di slancio, di convinto coinvolgimento delle giovani generazioni in un cammino responsabile.

Cuba è questo e molto altro, ma la sua storia, più potente di tutti i nemici, da oltre mezzo secolo è una storia di socialismo.

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