Parlando di Cina emergono i limiti della sinistra europea

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Dopo l’evento riuscitissimo organizzato al Grotto del Ceneri qualche settimana fa, e di cui abbiamo riferito in quest’altro articolo firmato da Luca Frei (leggi), negli scorsi giorni la Cina è tornata oggetto di una serata di approfondimento, questa volta promossa dal Forum Alternativo, il movimento politico sorto a sinistra della socialdemocrazia ticinese. Moderati dall’ex-consigliere nazionale Franco Cavalli, martedì 12 novembre 2019, presso il Palazzo dei Congressi di Lugano, si sono confrontati due profondi conoscitori della Cina: il giornalista economico Alfonso Tuor, conduttore di TeleTicino, le cui tesi corrispondono a quanto da sempre difeso su questo portale, e Simone Pieranni, membro della redazione del quotidiano italiano “Il Manifesto”. Una serata senza dubbio di qualità, ben partecipata e dai contenuti arricchenti.

La Cina una alternativa al capitalismo? La risposta è negativa per entrambi i relatori, ma le motivazioni sono diverse. Alfonso Tuor infatti, e a nostro avviso giustamente, non esclude a priori che la Cina – messa di fronte a una situazione di maggiore isolamento internazionale dalla nuova guerra fredda che sembra profilarsi – possa tornare a una impostazione più classicamente «comunista» del proprio ordinamento sociale, anche perché i valori comunitari del maoismo non sono stati del tutto cancellati. Peraltro Tuor riconosce il carattere anzitutto patriottico della Rivoluzione di Mao. Pieranni pare invece sicuro nel suo giudizio secondo cui di socialista in Cina non sia ormai rimasto quasi nulla e che, anzi, lo stesso Partito Comunista Cinese abbia sostanzialmente in mente solo il …profitto. Per quanto Pieranni dimostri onestà intellettuale nel riconoscere gli enormi passi avanti di Pechino nella lotta alla corruzione, nel miglioramento del welfare e nel rinnovamento ecologico della società, traspare in tutta evidenza la sua impostazione culturale basata sul primato dei diritti civili individuali tipica della sinistra europea. Giustissima quindi la premessa di Tuor in apertura di serata: per capire i paesi asiatici occorre spogliarci della nostra forma mentis e dei nostri valori occidentali, quelli che la sinistra europea, compresa la variante movimentista, ha interiorizzato in modo esasperato.

Pieranni, come peraltro il suo giornale, non parte dal marxismo come metodologia di analisi e la stessa categoria di imperialismo appare perlomeno flebile nella sua narrazione. Per quanto equilibrato nei giudizi e sicuramente preparato sulla realtà cinese, nella quale ha pure vissuto, il giornalista italiano dimostra di essere impregnato di quella cultura liberal che la sinistra post-moderna ha assunto in tutto e per tutto e di cui “Il Manifesto” ne è da anni espressione. Non a caso inizia il suo intervento criticando il “relativismo” con cui di fatto gli anti-imperialisti tendono appunto a leggere le diverse realtà geopolitiche riconoscendo le estreme differenze culturali fra le stesse.

La prima cosa che Pieranni, e non a caso, si sente di dire, per evitare di passare per “filo-cinese”, è che Pechino stia reprimendo i cittadini di Hong Kong. Nessun cenno al carattere neo-coloniale del movimento secessionista in corso, che invece dovrebbe essere la prima considerazione per chi scrive su un giornale che ancora si ostina a chiamarsi “comunista”. Senza contare i primi minuti della relazione di Pieranni, atti a dimostrare che Xi Jinping sarebbe sostanzialmente un “raccomandato” in quanto discendente di quadri passati del Partito Comunista Cinese, indebolendo così la tesi di Tuor secondo cui nel Paese vige invece una forte meritocrazia nella selezione della classe dirigente, cosa peraltro tradizionale per chi conosce le basi del socialismo scientifico.

Quello della preparazione e della meritocrazia è una caratteristica dell’analisi di Tuor sul gigante paese asiatico, che anche durante l’incontro al Ceneri aveva sottolineato, secondo noi in maniera del tutto condivisibile e cioè l’importanza della Scuola di Partito rispetto a un “liquidismo” e a un “democratismo” occidentale che elegge incompetenti a posti chiave solo perché appaiono bene mediaticamente. Tuor, poi, aggiunge un aspetto centrale in chiave anche marxista e cioè che la “gerarchia” (che – aggiungiamo noi – vige nella concezione collettiva che nel socialismo si ha della Nazione e del Partito) lungi dall’essere quel male assoluto su cui insistono le correnti neo-libertarie che stanno rovinando la sinistra europea, è nella realtà un valido strumento proprio contro l’individualismo su cui regge il neo-liberismo e che sta portando al collasso la democrazia rappresentativa di stile occidentale.

Anche sul lato geopolitico la tesi di Alfonso Tuor è di pregio e corrisponde a quanto il Partito Comunista svizzero sottolinea da qualche anno: la Cina sarebbe, secondo il giornalista ticinese, “fondamentale per la nostra salvezza”, sostanzialmente in quanto essa crea uno spazio di libertà per chi come noi si trova nel mezzo. Altrettanto correttamente Tuor spiega che la Nuova Via della Seta serve a rompere l’accerchiamento di cui soffre la Repubblica Popolare e nel contempo riunificare l’Eurasia, il che consisterà in un disastro geostrategico di dimensioni colossali per l’imperialismo occidentale. Pieranni, invece, assume la tesi secondo cui il progetto strategico cinese è, nei fatti, un altro imperialismo, anche se lui non usa questo termine. E che come tale potrà diventare una sorta di Fondo Monetario Internazionale (FMI) asiatico, anche se il giornalista italiano ammette che non vi è nei cinesi interesse ad esportare il proprio modello politico: non commetteranno dunque gli stessi errori del FMI ma, non essendo il governo cinese composto di “benefattori” (e da marxisti ciò lo si dovrebbe dare per assodato, essendo lo Stato non una associazione caritatevole ma espressione di un conflitto di classe!), Pieranni è convinto che esso si tradurrà in un sistema “paternalistico benché meno guerrafondaio” sugli altri Paesi. In questo discorso, del tutto astratto, non vi è – tanto per essere chiari – la benché minima concezione marxiana della storia e dell’economia.

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Massimiliano Ay è segretario politico del Partito Comunista della Svizzera Italiana, dal 2008 al 2017 è stato consigliere comunale di Bellinzona e dal 2015 è deputato al parlamento della Repubblica e Cantone Ticino.