USA e Cina: una nuova guerra fredda? Tuor e Maringiò ne parlano al Ceneri

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Tutti conoscono la Guerra Fredda che ha caratterizzato la storia mondiale nella seconda metà del secolo scorso e che ha visto contrapposti l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Questi ultimi ne sono usciti vincitori, mentre la prima si è dissolta nel 1991. Da quella data in poi, l’assetto geopolitico mondiale è mutato molto e ha visto per lo più un predominio, sempre più aggressivo, dell’impero statunitense. Un nuovo soggetto si è però delineato in modo crescente, fino a diventare il più grande concorrente economico degli Stati Uniti: la Cina. Le relazioni fra questi due Paesi, caratterizzati da una guerra economica statunitense nei confronti del paese asiatico, fanno sorgere una domanda: è in corso una nuova Guerra Fredda?

Questa domanda, assieme, più in generale, alle relazioni sino-statunitensi, è stata al centro di una conferenza tenutasi sabato 12 ottobre presso il Grotto Ceneri di Rivera promossa dall’Associazione Amici del Ceneri in luogo simbolo dell’antifascismo ticinese. Quali relatori vi erano Alfonso Tuor, economista e giornalista che ha vissuto in Cina, e Francesco Maringiò, pubblicista e studioso della Cina contemporanea, nonché quadro politico del Partito Comunista Italiano (PCI). Moderatrice della conferenza è stata Angelica Forni, membro di coordinamento della Gioventù Comunista e candidata al Consiglio Nazionale per il Partito Comunista sulla lista unitaria “Verdi e Sinistra Alternativa”.

La discussione fra i due relatori si è subito sviluppata in modo interessante e ha permesso di mettere in luce diversi aspetti economici e geopolitici spesso poco conosciuti e, per lo più volutamente, ignorati dai media occidentali. Alfonso Tuor ha sottolineato più volte che in Occidente si sta sviluppando una crisi, la quale con buona probabilità si manifesterà in maniera ancora più virulenta che quella del 2008. Infatti, è attualmente in corso una recessione nel settore industriale, la quale si sta trasferendo anche al settore dei servizi. A ciò si aggiunge un altro elemento: l’ecosistema americano della Silicon Valley, lodato enormemente in Occidente, si trova in realtà in uno stato notevole di crisi, a causa della fagocitazione delle piccole imprese da parte di quelle più grandi, meccanismo che ha portato alla creazione di monopoli. Questa situazione vale anche per altri settori dell’economia matura.

In Cina, invece, gli ecosistemi creati sono plurimi e molto dinamici. Tuor, infatti, ha ribadito più volte che la Cina non si trova in una fase di crisi, al contrario dell’Occidente. Anche se, a causa della guerra economica statunitense, la crescita cinese risulta attualmente rallentata, pur sempre di crescita economica si tratta, e non di recessione! Il Paese asiatico, piuttosto, rappresenta una salvezza dalla crisi finanziaria, dal momento in cui questa non lo può toccare, allo stato attuale della sua organizzazione economica.

In seguito a queste considerazioni di carattere puramente economico, Alfonso Tuor si è concentrato maggiormente sulla realtà cinese, concentrandosi, ad esempio, sull’aumento dei salari. Misura che ha anche determinato una successiva espansione di un mercato interno, sinonimo di maggiore indipendenza dall’estero. Tuor ha ribadito che l’interesse attuale della Cina non è l’accumulazione di dollari (la cui cifra sta diminuendo), bensì, come sta facendo anche la Russia, l’acquisto di oro.

L’economista si è poi addentrato anche in qualche considerazione di carattere più politico, portando all’interesse degli ascoltatori l’esistenza di elezioni a livello di villaggi in Cina e la grande selezione a livello di scuola di Partito, volta a valutare le capacità della leadership e a creare una classe dirigente capace e competente.

Tuor ha pure ribadito che, se si parla di Cina, non si può parlare di uno stato totalitario, dal momento in cui, se tale fosse, non permetterebbe ai suoi cittadini di viaggiare liberamente o addirittura andare a studiare all’estero (cosa che, al contrario, viene talvolta favorito con delle borse di studio). La Cina non è una democrazia liberale (sistema politico che peraltro si trova in crisi anche in Occidente), ma non si può nemmeno pretendere che lo diventi: questo sistema, infatti, funziona alle nostre latitudini, ma difficilmente può essere applicato in Paesi con una cultura totalmente diversa come quella cinese, fortemente influenzata dal Confucianesimo.

Francesco Maringiò, dal canto suo, si è concentrato per lo più sugli aspetti geopolitici delle relazioni fra gli Stati Uniti e la Cina, sottolineando innanzitutto come l’inasprimento dei rapporti fra le due superpotenze fosse iniziato già sotto la presidenza di Obama, quando molte truppe statunitensi sono state dislocate dal Medio Oriente verso le zone limitrofe ai confini cinesi. È stato quindi operato un vero e proprio accerchiamento della Cina, rafforzato dal quadrilatero della sicurezza, formato da Stati Uniti, India, Australia e Giappone. Paesi, questi, che hanno tutti e quattro aumentato le proprie esercitazioni militari.

Per capire la guerra economica statunitense nei confronti del Paese asiatico, come ha spiegato Maringiò, occorre analizzare la situazione anche su diversi altri terreni oltre a quello militare: il terreno tecnologico, quello degli investimenti e quello delle persone. Infatti, il livello tecnologico in Cina è cresciuto notevolmente e diatribe come quella del 5G diventano più chiare se si considera che l’unico sistema in tal senso è, appunto, cinese. Per quanto riguarda gli investimenti, quelli cinesi negli Stati Uniti sono calati in modo netto in seguito a un blocco da parte del paese americano. Per quanto concerne l’ultimo terreno, invece, vi è una sorta di blocco sulle persone, particolarmente visibile nella restrizione dei visti americani per il personale diplomatico cinese e nella sempre minore assunzione di ricercatori cinesi negli Stati Uniti.

Considerati tutti questi aspetti, risulta chiaro che la politica della «Via della Seta» promossa dalla Cina non è soltanto di natura commerciale, bensì rappresenta un sistema alternativo di costruzione di alleanze che può determinare un cambiamento a livello degli equilibri mondiali dei rapporti internazionali. Francesco Maringiò ha voluto poi ribadire che la Cina, grazie al suo sviluppo economico, ha in programma di far uscire sempre più persone dalla povertà, nello stesso momento in cui in Occidente le classi sociali più deboli diventano sempre più povere e sfruttate.

Da questa conferenza si possono dunque trarre degli importanti insegnamenti politici ed economici, i quali andrebbero applicati anche da noi. La Svizzera, infatti, deve assolutamente fungere da ponte fra i diversi soggetti politici ed economici mondiali e favorire così la costruzione di un mondo multipolare, sinonimo di pace e progresso sociale. Il Partito Comunista lo ripete da sempre e continuerà a lottare quindi per uno sviluppo in senso multilaterale delle relazioni economiche della Svizzera, che si dovrà quindi sganciare sempre di più dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea diversificando i propri partner nel pieno rispetto della sua tradizione di neutralità.

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Luca Frei, classe 1998, dopo la maturità liceale ha iniziato gli studi universitari in storia. Attivo nel Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), è attualmente membro di coordinamento della Gioventù Comunista.