Verso un nuovo sciopero per il clima? Purché sia consapevole!

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I cambiamenti climatici in corso, evidenziati dagli scioglimenti dei ghiacciai montuosi e da quelli polari, sono una realtà non controvertibile. Allo stesso modo non si può non constatare come, se da un lato creano problemi per popoli e specie animali, dall’altro si rivelano opportunità per altri popoli, pensiamo agli abitanti della Groenlandia, decisi a trarre vantaggio dalla trasformazione della loro terra, così come grandi opportunità accompagnano l’apertura delle rotte artiche.

Una complessità che deve chiamarci a non avere un atteggiamento univoco, ma a leggere nello stato di cose presenti la poliedrica complessità di una trasformazione che ha sempre caratterizzato il pianeta, mai immutabile e immobile.

Allo stesso modo se i cambiamenti climatici sono evidenti, la scienza stessa ci manifesta con chiarezza come, più ancora dei comportamenti dell’uomo contemporaneo, sia piuttosto il superamento dalla piccola glaciazione vissuta dalla terra tra la fine del XVI secolo e gli albori del XIX secolo a determinare la situazione attuale.

Non è tuttavia questo un alibi per un disimpegno o una sottovalutazione della realtà, ma ci preoccupa fortemente l’atteggiamento aprioristicamente contrapposto che appartiene tanto ai “negazionisti”, quanto a coloro che, con qualche eccesso, sono stati definiti “catastrofisti”. Il problema ambientale c’è, va affrontato, ma senza semplificazioni o peggio contrapposizioni che minano il confronto e la crescita collettiva della società.

Ad esempio in tutto il mondo, ma anche in Europa, si fa ancora troppo poco per la raccolta differenziata, il riciclo, il potenziamento delle energie rinnovabili, senza le quali è abbastanza incongruo chiedere a intere nazioni di superare l’utilizzo del carbone o della legna. Piuttosto sarebbe utile sviluppare le tecnologie di geoingegneria già studiate e sperimentate per ridurre il riscaldamento del pianeta di almeno un paio gradi entro la fine del secolo, in questo modo si potrebbero infatti incamerare fino a venti miliardi di tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Così come andrebbe immediatamente ridotto l’utilizzo della plastica a tutti i livelli e vietato quello delle micro e nanoplastiche, entrambe stanno producendo cambiamenti catastrofici nei fiumi, nei mari, nei laghi e negli oceani. In egual modo andrebbe promossa una moratoria internazionale rispetto all’uso del nucleare, le cui scorie radioattive producono disastri ecologici millenari, mortiferi e irreversibili ben più del carbone.

Crediamo poi si debba sempre partire dalle parole di Hugo Chavez al vertice per il clima di Copenhagen nel 2009: “Se l’ambiente fosse una banca, sarebbe già stato salvato”, a cui si aggiunge la profetica affermazione del sindacalista Chico Mendes, ucciso nel 1988 da chi voleva distruggere la foresta Amazzonica, che ripeteva: “l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”, sintetizzano bene il comportamento di molti governi, i quali tendono a porre in secondo piano le problematiche legate al clima e all’ambiente rispetto ai profitti, spesso speculativi, delle multinazionali finanziarie, così come l’incapacità di molti ecologisti di riconoscere nel sistema capitalistico e speculativo la distruzione dell’ecosistema.

Lo ripetiamo, lottare per l’ambiente non significa solo contestare le emissioni nocive, ma anche rivendicare la gratuità dei trasporti pubblici, la lotta contro il saccheggio neo-coloniale della natura da parte delle multinazionali e agire per costruire rapporti internazionali fondati su un multipolarismo rispettoso di ogni nazione.

I dati di ONU e FAO dicono che la maggiore responsabilità della situazione attuale è del capitalismo occidentale che rapina le materie prime energetiche e alimentari e distrugge e inquina i territori del mondo. Due miliardi di cittadini della terra non hanno accesso all’acqua potabile, quattro miliardi e mezzo non hanno servizi igienici e cure sanitarie adeguate, un miliardo soffre la fame ed è sottoalimentato.

Un disastro imposto dall’Occidente e contrastato da Cina, Russia, Iran e Venezuela attori regionali e globali che stanno promuovendo, seppur a fatica, relazioni rispettose che permettano il miglioramento delle condizioni di vita del pianeta. La Cina, dati ONU, è la nazione più ecologicamente avanzata del pianeta, perché ha corretto i suoi errori passati senza interferenze di lobby, come invece avviene costantemente in Europa.

 È tempo di parlare e di discutere, di individuare le responsabilità e di iniziare ad agire. Qualcuno forse crede o ha creduto di risolvere la giusta rabbia dei giovani per i pericoli che attanagliano il loro futuro offrendo loro una risposta individualistica tutta interna al liberismo, i giovani invece hanno capito chiaramente che proprio il sistema economico e sociale fondato sul capitalismo speculativo e finanziario, la società liberal-liberista, è il problema.

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