Un tentativo di riscrivere la Rivoluzione dei Garofani

in Editoriali/Opinione/Speciale Pardo 2019 di

Che ormai ci sia un’onda trasversale che, da destra a sinistra, insiste sui cosiddetti “gender studies”, una pericolosa tendenza ben poco scientifica con cui a livello accademico si tenta di ulteriormente destrutturare la società e di allontanare le élite autoproclamatesi colte dalle classi popolari, è sotto gli occhi di tutti coloro che ancora vogliono fare analisi e non solo seguire le mode. Anche il Festival del Film di Locarno non ne è immune!

Se sul Portogallo e sui Valori d’Aprile ancora nel 2013 in Piazza Grande si potevano vedere film di un certo spessore, come “Les grande ondes (à l’ouest)” del regista svizzero Lionel Baier a cui si poteva al massimo rimproverare di non dare sufficiente importanza al ruolo del Partito Comunista Portoghese nel processo rivoluzionario, ora siamo di fronte a un film inserito nel neo-totalitarismo “gender” che vorrebbe giocare su una narrazione rigorosamente anti-storica per dare un’immagine totalmente falsata della Rivoluzione dei Garofani e del suo popolo.

Siamo nel 1975. Il Portogallo da un anno si è liberato dalla tirannide fascista di Antonio Salazar grazie alla lotta anti-imperialista della classe operaia e dei soldati stanchi di un servizio di leva che li costringe ad opprimere il proprio e altri popoli. “Prazer, Camaradas!” del regista José Felipe Costa, è un lungometraggio proiettato a Locarno in prima mondiale in cui si racconta di un gruppo di cooperanti occidentali il cui edonismo – che la trama però definisce come “vedute progressiste” – si scontra con i costumi della gente del luogo, che in qualche modo dovrebbe apparire, di rimando, come bigotta e reazionaria.

L’obiettivo dei protagonisti è quello di ”cambiare le relazioni di genere”. Viene da dire che, per fortuna, i rivoluzionari portoghesi lo impedirono! Siamo di fronte a un film che prova a legittimare dei “progressisti” che altro non sono che provocatori occidentali intenti a imporre la propria sub-cultura a un altro popolo (quello sì rivoluzionario), pensando di aiutarlo: eccoli qua, come sempre, i presunti professionisti dell’aiuto umanitario, portatori invece di un nauseabondo imperialismo culturale! Non è cambiato molto nemmeno oggi, ma almeno al tempo i rivoluzionari provarono ad espellerli dal Paese per l’opera di confusione, contraria ai valori nazionali, che stavano propagandando.

Un film che sembra voler dipingere la rivoluzione patriottica, antifascista, nazional-popolare che democratizzò il Portogallo e che riscrisse la Costituzione orientandola al socialismo, quasi fosse una lotta “femminista” dove sculture raffiguranti apparati genitali maschili vengono posti accanto a busti di Lenin (palesemente fuori contesto), per non parlare di peni danzanti che insultano l’opera di emancipazione dei Capitani d’Aprile e dei comunisti portoghesi. Traspare insomma una ossessione neo-femminista, tutta post-moderna ed inserita in un discorso piccolo borghese, che – al contrario di quanto insegna il socialismo scientifico – manca di rispetto alla cultura popolare. Un film revisionista!

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Massimiliano Ay è segretario politico del Partito Comunista della Svizzera Italiana, dal 2008 al 2017 è stato consigliere comunale di Bellinzona e dal 2015 è deputato al parlamento della Repubblica e Cantone Ticino.