Uno spiacevolissimo inno al terrorismo al Festival di Locarno

in Cultura+Eventi/Editoriali/Eventi ricreativi, culturali e artistici/Opinione/Speciale Pardo 2019 di

“Durante la rivoluzione” di Maya Khoury è un documentario montano cronologicamente, ma abbastanza a casaccio e senza specificare luoghi e date, dedicato alle vicende del conflitto siriano viste dalla parte di alcuni oppositori di quello che gli autori definiscono “regime”, sebbene abbia garantito cinquanta anni di socialismo con casa, scuola, lavoro per tutti, laicità nella società e totale libertà religiosa.

Per gli autori il “regime” era “sanguinario” però i siriani, non quelli che si vedono nel film, quelli veri, sono oggi felici che il paese sia stato pacificato. Il documentario risulta quindi incomprensibile a chiunque non conosca nel dettaglio gli avvenimenti siriani, lasciando agli esperti due ore e mezza fatica decodificativa abbastanza impegnativa.

Tutto parte da un gruppo di giovani oppositori laici e dal governo in esilio a Londra che ha diffuso in questi anni tante falsità. Tali giovani prima partecipano a una conferenza in cui si sproloquia di Lenin e vengono intervistati i curdi siriani, poi seguono un combattente contro Assad all’ospedale in Libano e lo piangono quando, rientrato a Damasco, finisce in galera, organizzando pagine per la sua liberazione su facebook, poi vanno a Raqqa tra i bambini e quindi partecipano alla battaglia di Aleppo, ovviamente dalla parte dell’opposizione, ovvero dei terroristi islamici che tra le lacrimucce di una ragazza laica che rappresenta il governo in esilio, in effetti prendono il sopravvento, come se loro, i ragazzini laici, ingenuamente non si fossero resi conto che ISIS e Al Nusra prendevano cospicui aiuti da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, cosicché i ragazzini laici danno la colpa al popolo che secondo loro testualmente “vuole lo stato islamico”.

Se non fosse per la tragedia della guerra e la brutale violenza del terrorismo, il documentario diventerebbe poi tragicomico, gente che urla e sproloquia tutto il tempo contro Bashar Al-Assad (mai visto insultare un capo di stato con tanta leggerezza in un film in concorso a Locarno, nessuno nell’organizzazione del Festival si pone delle domande?) e insieme a lui contro Iran, Russia ed Hezbollah, che per la libertà della Siria tanto invece si sono sacrificati, quindi compaiono personaggi equivoci che chiedono al governo in esilio investimenti per sistemi di videocontrollo, funzionari delle ONG occidentali che rasentando il ridicolo spiegano come chiedere soldi, elaborare progetti e come raccontare le notizie, quindi si vedono i combattimenti della fase finale della battaglia di Aleppo, fino alla Liberazione della città nel dicembre 2016, ma anche questa data come tutte le altre non è né detta, né dichiarata, si vedono solo nella notte i combattenti islamici che scappano, non i siriani che fanno festa sotto gli alberi di natale, perché essendo tutto il film un inno alla presunta eroicità degli oppositori, ovvero dei terroristi, non potrebbe finire diversamente.

Titoli di coda con tanto di dedica ai caduti. Caduti per che cosa? Per il terrorismo? Dovremmo commuoverci? Francamente il risultato è tanto aberrante e deplorevole, oltre che cinematograficamente modestissimo, da lasciare interdetti.