Il ritorno della destra in Grecia deve interrogare anche i comunisti

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Alle elezioni svoltesi nei giorni scorsi in Grecia il Partito “Nea Dimokratia”, di centro-destra, conservatore e liberale, torna alla carica dopo l’esperienza di Syriza (sinistra post-comunista). Con quasi il 40% dei voti, il partito conservatore potrà con ogni probabilità governare il paese senza bisogno di alleanze. Per quanto Syiriza resti a un più che dignitoso 31%, siamo di fronte a una sconfitta di quella sinistra che cerca di rinnovarsi senza però mantenere una base sia di analisi che di strategia coerente. Il premier Alexis Tsipras, che aveva dato tante speranze al popolo greco nell’ottica di uscire dalla tragica crisi economica e sociale, in cui l’UE aveva costretto il paese ellenico, benché in un quadro illusorio di compatibilità col sistema atlantico, esce sconfitto dalle urne.

La “Coalizione della sinistra radicale”, (questo il nome per esteso di Syriza) che racchiude al suo interno un ampio spettro politico che dai socialdemocratici va agli anticapitalisti di ogni risma (maoisti, troskisti, ecosocialisti, ecc.), la rende più una “macedonia” generica della sinistra che una vera coalizione di sinistra radicale. Syriza si trasforma in un partito unitario nel 2012 tentando (ma probabilmente senza mai riuscirci sul serio) di amalgamare anime progressiste molto diverse fra loro in un’unica linea. Le elezioni del 2015 denotano un passaggio di voti socialdemocratici dal PASOK (che infatti crolla dopo essersi fatto acritico portavoce dei diktat neoliberisti della trojka) verso SYRIZA che permette a quest’ultima di crescere notevolmente, ma nel contempo ratificando la svolta riformista e interclassista del partito.

L’assenza di obiettivi strategici chiari anche sul piano geopolitico ed economico, se non una generica corsa al governo e l’assenza di una solida direzione ideologica sono elementi che portano inevitabilmente un partito di trasformazione sociale nel liquidazionismo e nel revisionismo in misura proporzionale alla sua crescita numerica o elettorale. Anche perché il governo è una cosa, il potere è spesso tutt’altra cosa! Non ci sfugge che la scissione altrettanto eclettica dei deputati della sinistra interna a Syriza, riunitisi sotto il cappello di Unità Popolare, fallisca, racimolando un misero 0,56%. Ma allo stesso non ci sfugge che il Partito Comunista di Grecia (KKE) nella sua ortodossia marxista-leninista resta stabile intorno al 5%.

La strategia del KKE, considerata settaria anche da vari altri partiti comunisti, è consistita nel totale rifiuto di sostenere il governo Tsipras, al quale avrebbe potuto (forse con successo) imporre misure per evitare politiche di sbandamento verso l’UE e la NATO. Il KKE con la sua presenza sul territorio e i suoi rapporti di forza avrebbe potuto fornire a Syriza un’organizzazione ben strutturata con l’apporto di quadri politici e avanguardie operaie operando all’interno delle contraddizioni. L’ortodossia del KKE ha preferito rifiutare questa opportunità, lasciando che Syriza cercasse alleati a destra per poter governare. Ed ora i lavoratori greci si trovano nella situazione di prima, con una destra liberista egemone.

Più interessante la prassi dei comunisti in Portogallo, che lasciando il PS al governo con un appoggio esterno (ma fondamentale) permette di arginare certe misure e di “tenere” i socialisti più a sinistra, avanzando, seppur poco, ma in maniera incisiva, nei diritti sociali del Paese. Questa è anche la prassi del Partito Comunista in Svizzera che senza svendersi da un lato ma neppure senza finire a fare i “puristi ideologici”, intavola trattative per alleanze tattiche nell’area progressista (come la lista “Verdi e Sinistra Alternativa” alle prossime elezioni federali di quest’Ottobre) cercando di unire ed evitare gli sballottamenti a destra di partiti e movimenti di sinistra. Solo così si può veramente progredire ed evitare che le destre prendano facilmente il controllo degli Stati in Europa.