Sultanato dell’Oman, terra di pace nella penisola arabica

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Colonizzati fino al 1971 dagli inglesi che dopo i portoghesi si sono impadroniti delle sue coste arabico-meridionali e in particolare della penisola prospiciente le coste iraniane nello stretto di Hormuz, con l’indipendenza gli omaniti e il loro sultano Qabus praticano, seppur in presenza di residuali interessi angloamericani, una politica di amicizia con gli iraniani, differenziandosi profondamente dalla maggioranza delle nazioni della penisola arabica. Questo anche in ragione del fatto che gli omaniti sono ibaditi.

È arduo spiegare in poche parole le caratteristiche della loro fede, nati dal pensiero kharigita dei primi secoli dell’Islam, tuttavia si distanziano dall’avversione allo sciismo di quest’ultimo, sviluppando piuttosto una forte dimensione dialogante e rispettosa tanto del sunnismo, quanto dello sciismo. Gli ibaditi sono orientati a una profonda spiritualità di scuola mutazilita e ritengono il Corano non eterno e immutabile, aprendo la ragionevole strada alla riflessione sulla sua comparsa e sulle sue trasformazioni.

Il sultano in quasi mezzo secolo ha promosso l’istruzione e l’emancipazione femminile. Per le strade sono molte le donne alla guida delle loro automobili e altrettanto numerose sono le dottoresse, le insegnanti, le impiegate, così come vi sono donne nell’esercito e nell’aviazione.

L’apertura al turismo, anche occidentale e la generale tolleranza degli omaniti, anche per certi comportamenti disdicevolmente sbracati proprio degli occidentali, fanno dell’Oman un paese sereno e tranquillo, in cui i proventi del petrolio e del gas naturale garantiscono forti investimenti culturali e sociali,affiancandosi ai modesti introiti derivanti dalla pesca, così come dalla coltivazione di datteri, cereali, frutta e verdura, nonostante gli sforzi di edificazioni di vie irrigue. L’agricoltura copre molto parzialmente i bisogni interni, soddisfatti da massicce importazioni.

Nella capitale Muscat, per gli europei Mascate, si trova la sola orchestra di musica classica europea di tutta la penisola arabica, formata da giovani omaniti. La capitale ha un milione e trecentomila abitanti, oltre un quarto dei cittadini del sultanato, quattro milioni di persone, per metà immigrati.

La prosperità economica e il trattamento umano e salariale decisamente più rispettoso a paragone con i vicini Emirati Arabi Uniti, richiamano immigrati da tutto il mondo arabo, ma principalmente indiani, la metà del totale, anche della regione comunista del Kerala, numerosi anche i bengalesi e i pakistani.

In televisione vi sono canali in cui parlano i predicatori sunniti, ma anche altri che danno voce a quelli sciiti. Un canale dedicato alla Palestina è tra i più seguiti e capita di vedere un approfondimento storico dedicato a Ernesto Che Guevara.

Il sultano non ha figli e la sua avanzata età lascia molte preoccupazioni sugli orientamenti che la famiglia reale intenderà prendere per la sua successione, è evidente che la politica interna, fondata sui proventi del petrolio e su un turismo attento al paesaggio e alla cultura non muterà, più vivace sui temi internazionali pare il confronto tra chi vuole proseguire una politica di dialogo e amicizia con gli iraniani e i loro alleati geopolitici, a partire da Cina e Russia, e chi invece preferirebbe rinsaldare le relazioni con gli angloamericani e con il loro alleato regionale, ovvero l’Arabia Saudita.

È certo che la posizione strategica della nazione omanita, tra golfo Persico e oceano Indiano, sarà oggetto di interessi e di pressioni contrastanti, l’auspicio è che i prossimi governanti abbiano la saggezza dell’attuale sovrano, capace di costruire una nazione prospera e capace di essere un soggetto regionale di pace e di dialogo.