Eritrea, il socialismo nel Corno d’Africa

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Il popolo eritreo, dopo aver subito il colonialismo prima italiano, dalla fine dell’Ottocento, poi marcatamente fascista, passa sotto l’occupazione inglese durante il secondo conflitto mondiale e quindi vede la propria terra assegnata all’Etiopia monarchica di Hailé Selassié il quale sceglie, seppur aderendo al Movimento dei Non Allineati, di mantenere fino alla sua caduta nel 1974 stretti rapporti con l’imperialismo britannico e statunitense.

Eppure i comunisti italiani avevano sostenuto lui e il popolo etiope nella lotta contro i fascisti, celebre il contributo di tre dirigenti del Partito. Uno è lo straordinario combattente e commissario politico anche in Spagna Anton Ukmar di Prosecco, amico di uno dei fondatori del Partito Comunista a Livorno nel ’21, Ivan Regent di Contovello, due triestini nati a pochi passi l’uno dall’altro ed entrambi sulle colline a ridosso del castello di Miramare, gli altri due sono Ilio Barontini e lo spezzino Domenico Rolla, sergente del Battaglione Garibaldi sul fronte di Madrid. Barontini di Cecina, anch’egli fondatore del Partito a Livorno, poi dirigente in quella città, amico di Gramsci e con l’avvento del fascismo esule in Unione Sovietica dove si forma all’Accademia Militare “Frunze” a Mosca, nei primi anni ’30 combatte insieme ai comunisti cinesi di Mao Ze Dong, imparando le tecniche della guerriglia, che metterà in atto prima in Spagna alla guida del Battaglione Garibaldi e poi in Etiopia. I tre comunisti sono chiamati dal popolo etiope “i tre apostoli”, Barontini diventa “Paulus”, Rolla “Petrus” e Ukmar “Johannes”, fondano il giornale “La Voce degli Abissini” e addestrano i giovani della Resistenza etiope. L’eroico partigiano gappista a Torino e Milano Giovanni Pesce così li ricorda: ”Il Negus dette a Barontini il ruolo di consulente del governo provvisorio alla macchia e il titolo di vice imperatore. Barontini e gli altri due apostoli, che agivano in zone diverse, predicavano l’unità delle razze e delle coscienze.”

Proprio contro Hailé Selassié nasce nel 1961 il movimento di Resistenza nazionale eritreo marcatamente marxista. Quando il socialismo si afferma anche in Etiopia con Menghistu e il DERG, ovvero il Consiglio militare provvisorio dell’Etiopia socialista, tuttavia subentrano differenti visioni tra etiopi ed eritrei e quindi lo sviluppo delle conquiste socialiste, casa, scuola, lavoro, si accompagna a un inasprimento del contrasto tra etiopi ed eritrei, tanto che i primi sono sostenuti da Cuba e dall’Unione Sovietica e i secondi dalla Cina Popolare.

Tale conflitto, anche pesantemente armato, si trascina fino all’esaurimento dell’esperienza sovietica, quando i marxisti eritrei portano il popolo all’indipendenza nel 1991. Tuttavia l’Etiopia post-socialista insiste nel confermare le rivendicazioni territoriali e quindi il conflitto prosegue, lasciando ampi segni, si pensi alla distruzione dell’antico centro storico di Massaua. Il riconoscimento internazionale dell’Eritrea avvenuto con l’ingresso nelle Nazioni Unite nel maggio 1993 non ferma la guerra e la pace viene definitivamente sottoscritta solo nel 2018 in occasione dell’incontro tra il presidente eritreo Isaias Afewerki e il nuovo primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali.

L’Eritrea ha sei milioni di abitanti, seicentomila nella capitale Asmara, continua a ispirarsi ai valori socialisti e può vantare, rispetto a molte altre nazioni africane, la solidità del sistema educativo e di quello sanitario. La totalità della popolazione dichiara e largamente pratica un proprio orientamento religioso, metà è sunnita, un terzo cristiano-copta, un decimo cattolica, i restanti protestanti e animisti. Ovunque si incontrano persone cordiali e aperte che rivendicano con orgoglio la battaglia per l’indipendenza, riconoscendo i meriti del tempo presente, auspicando nella maggioranza dei casi un futuro sul modello cinese, ovvero capace di coniugare il marxismo con lo sviluppo delle forze produttive. Infatti tanto dalla pace coi vicini etiopi, quanto dalla rinnovata collaborazione con il governo italiano, si attendono investimenti capaci di aprire nuove fabbriche e avviare progetti nel campo dell’edilizia e del turismo. La società eritrea, dopo aver visto molte risorse essere assorbite dall’economia di guerra, auspica oggi un’economia di pace, che sia capace di trovare forme di tutela per gli anziani, con la creazione di un necessario sistema pensionistico.

L’agricoltura in molti casi di mera sussistenza attraverso la manioca e pochi altri prodotti, la pesca lungo la costa, la pastorizia e l’allevamento sono alla base dell’economia eritrea, per il resto molto deve essere importato, massimamente dall’Arabia Saudita, che si trova dall’altro lato del mar Rosso, esattamente antistante l’Eritrea. Il settore minerario sta iniziando ora a essere sfruttato, in cooperazione con la Cina Popolare.

Ad Asmara molti parlano italiano, anche per la presenza di un completo percorso di studi ancora operativo e molti palazzi sono stati edificati dagli italiani, massimamente nello stile popolare degli anni ’30 che oggi si può vedere a Roma nel quartiere della Tuscolana, per i colonizzatori era un insieme urbano chiuso e loro riservato, solo più tardi apertosi alla popolazione locale, massimamente con l’avvento del socialismo alla metà degli anni ’70, quando la quasi totalità degli oltre centomila italiani rimasti in Eritrea se ne sono andati per la loro evidente ostilità alle politiche di nazionalizzazione delle fabbriche e dei negozi praticata dal governo di Menghistu.

Passeggiando per la capitale sotto il sole decembrino in cui l’altura, oltre duemila metri, mitiga l’asprezza delle temperature del Corno d’Africa, a pochi passi dal monumento ad Aleksandr Puškin, donato nel 2009 dal presidente Vladimir Putin in occasione del 110° anniversario della nascita del poeta, in segno della nuova e oramai consolidata amicizia russo-eritrea, è emozionante entrare un sabato mattina presso la Biblioteca di Stato e trovarla letteralmente occupata da una infinità di giovani che studiano. Sono loro il futuro di questo paese e il gentilissimo direttore Rezene Hagos, un combattente marxista esule in Italia alla fine degli anni ’70, sorridendo me lo conferma.