Angola, dalla violenza colonialista allo sviluppo economico e sociale del presente

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A Luanda l’aeroporto internazionale porta il nome di “4 febbraio”, il giorno del 1961 in cui il peso delle catene portoghesi è diventato tanto pesante da convincere i marxisti del MPLA, il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola, a iniziare l’insurrezione. La bestialità del colonialismo portoghese è stata così feroce che lungo tutto l’Ottocento e la prima metà del Novecento molti angolani son scappati nel Congo belga, in cui, come noto, venivano tagliate mani, piedi, arti a chi tardava nella raccolta di banane o diamanti, un inferno tuttavia minore di quello angolano. L’avenida “Rivoluzione d’Ottobre” porta verso il centro, attraversando una megalopoli di ben otto milioni di abitanti, oltre un quarto dei trenta milioni di angolani, la più grande capitale lusofona del mondo e la terza città lusofona del pianeta dopo Rio de Janeiro e San Paolo in Brasile. Luanda si compone di una città bassa, un tempo formata da case antiche di massimo due o tre piani, in stile coloniale, oggi sempre più spesso demolite per lasciare spazio ai nuovi grattacieli, e di una città alta, in cui, tra le vie Ho Chi Min, Che Guevara, Lenin e Amilcar Cabral si dispiegano una serie di palazzi tra cui quelli edificati negli anni ’70 e ’80, che manifestano in tutta evidenza la collaborazione degli architetti cubani.

I popoli che compongono l’Angola di oggi sono gli antenati dei brasiliani. Sterminati gli indios amazzonici e delle coste infatti i portoghesi, che già trafficavano in esseri umani grazie all’autorizzazione di una bolla pontificia del 1488, devono intensificare il reperimento di mano d’opera schiavile per la loro nuova colonia e hanno facilità nel reperirla nella colonia antistante, l’Angola. Il nome della nazione viene dalla parola che significa “sovrano”, ovvero “ngola”, in lingua ndongo, una delle tante popolazioni che compongono oggi come in passato un territorio esteso quattro volte quello italiano. Curiosa sineddoche storica che accomuna gli angolani agli inca, anche loro, che si chiamavano quechua e vivevano in un regno che si chiamava Tahuantinsuyo, i quattro quarti terreni e celesti, hanno finito per essere identificati con la parola “sovrano”, appunto “inca”.

I ndongo per un secolo si prestano a guerreggiare contro gli altri popoli africani per recuperare schiavi che i portoghesi imbarcano sulle loro navi, ma quando le richieste degli europei si fanno eccessive, ai primi del ‘600 si ribellano, guidati dalla regina Njinga, a cui nel 2013 il regista Sergio Graciano ha dedicato un grande film, come sempre mai arrivato nelle sale e nei festival europei, lottando per mezzo secolo. Proprio quella guerra tra ndongo e portoghesi porta all’edificazione nel 1634  della Fortaleza de São Miguel, che ancora oggi domina la città ed è diventata il museo storico-militare nazionale, alla cui entrata, insieme a uno stupendo arco mosaicato a forma di stella d’ispirazione socialista, si trova una statua della regina Njinga.

Luanda nasce nel 1575 quando l’intensità dei traffici umani e la necessità di un presidio militare convincono i lusitani a fondarla sotto il controllo di Paulo Dias de Novais, che ne diventa il primo governatore, la città è battezzata São Paulo de Luanda, dedicata a un santo al pari di altre celebri città come San Cristóbal de La Habana e Santiago de León de Caracas, di tutte oggi si ricorda solo il toponimo e non il santo. Il nome Luanda tra origine probabilmente dal nome dei pescatori, “uwanda” in lingua kikongo. Nel conflitto tra africani e portoghesi della prima metà del ‘600 si inseriscono gli olandesi, anche loro in cerca di schiavi a buon mercato, ma presto il governo di Lisbona riprende il controllo delle coste e oltre a Luanda intensifica il commercio di schiavi anche dalla città meridionale di Benguela.

La dittatura salazarista inventa l’Estado Novo, prima alleandosi ai fascismi europei, poi aderendo alla NATO in funzione anticomunista, e sfrutta dal 1926 al 1974 con pertinace intensità le colonie, non solo l’Angola, ma anche il Mozambico, la Guina Bissau e Capo Verde, mantenendo un diffuso analfabetismo e costringendo la popolazione locale al lavoro forzato nei campi e nelle miniere. Tuttavia non può impedire che un giovane angolano come António Agostinho Neto possa laurearsi in medicina in Portogallo, al pari del guinea-bissauano Amilcar Cabral, di due anni più piccolo, essendo del 1924, che termina gli studi universitari in agronomia. I due amici fraternizzeranno con i gruppi clandestini del Partito Comunista Portoghese e saranno tra i maggiori animatori della lotta anticoloniale di Liberazione nazionale dei loro rispettivi paesi.

Neto osserva con orrore come il lusotropicalismo propagandato dalla dittatura, ovvero l’armoniosa intesa tra portoghesi e africani, sia una farsa e come invece il suo popolo sia sottomesso a un lavoro massacrante e nei fatti schiavistico, dall’Angola il salazarismo pretende zucchero, cotone e mais per il mercato interno portoghese e per l’esportazione agave, caffè e diamanti, estratti in collaborazione con compagnie anglo-statunitensi, come avverrà anche, dalla metà degli anni ’50 per il petrolio.

Nel 1961 Neto e i marxisti, così come altri gruppi di differente orientamento culturale e politico, constatano l’impossibilità di avviare un tavolo di discussione con Lisbona per programmare anche sul lungo periodo un percorso verso l’indipendenza, sul modello della decolonizzazione avviato in tutto il resto del continente africano. Inizia così una stagione di lotta e di resistenza che scatena una repressione di brutalità inaudita, solo nei primi mesi del 1961 sono oltre cinquantamila gli angolani uccisi dall’esercito e dalla polizia segreta della dittatura, la PIDE, tra le più efferate e dimenticate del Novecento.

L’intensificarsi dello scontro che vede da una parte angolani, ma anche mozambicani, capoverdiani e guinea-bissauani sostenuti dai paesi socialisti, a partire da Cuba, convince molti giovani soldati e capitani portoghesi che stanno uccidendo e stanno morendo per una guerra ingiusta e sbagliata. Saranno loro, il 25 aprile 1974, a chiudere la pagina quasi cinquantennale del fascismo portoghese, con la “Rivoluzione dei garofani” che mette fiori rossi nelle canne dei fucili, una Rivoluzione incruenta e popolare, iniziata la notte di quel giorno al canto di “Grandola, villa Morena”.

La vittoria della Rivoluzione porta con sé la fine del colonialismo, della guerra coloniale e il diritto all’indipendenza per le nazioni colonizzate, ma non la pace, né per l’Angola, né per il Mozambico, guidato anch’esso da un’organizzazione marxista, il FRELIMO, Fronte di Liberazione del Mozambico di Samora Machel. Alla metà degli anni ’70 infatti il Sudafrica razzista che pratica l’apartheid e imprigiona i comunisti e i dirigenti dell’ANC, African National Congress, come Nelson Mandela, non è in alcun modo intenzionato a permettere nell’Africa australe la nascita di nazioni di orientamento marxista. MPLA e FRELIMO collaborano tra l’altro con lo SWAPO, Organizzazione del Popolo dell’Africa del Sud-Ovest, che sotto la guida di Sam Nujoma porterà la Namibia all’indipendenza nel 1990 e con lo ZANU, Unione Nazionale Africana di Zimbabwe, che porterà, guidata da Robert Mugabe, all’indipendenza lo Zimbabwe dopo anni di lotta contro il colonialismo nel 1980.

Quando tra un tripudio di bandiere dell’Angola, rosse e nere con machete, stella e ruota dentata, la stessa di oggi, l’11 novembre 1975 a Luanda António Agostinho Neto dichiara la nascita della Repubblica Popolare d’Angola, nel resto del paese le truppe armate dell’UNITA, Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola di Jonas Malheiro Savimbi, con l’appoggio sudafricano, statunitense e dello Zaire di Mobutu, spadroneggiano. Ugualmente in Mozambico le stesse forze reazionarie sostengono il RENAMO contro il FRELIMO.

Inizia per l’Angola una lunga guerra che avrà termine solo nel 2002. Oltre un quarto di secolo per un conflitto che ha obbligato l’Angola e il presidente José Eduardo dos Santos, succeduto a Neto nel 1979, dopo la morte del padre dell’indipendenza angolana, e rimasto in carica fino al settembre 2017, quando gli è subentrato João Lourenço, a ridurre gli investimenti per casa, salute, scuola, lavoro, dovendosi concentrare nello sforzo bellico contro l’aggressione imperialista. Negli anni ’80 Ronald Reagan sostiene fortemente Savimbi, nella convinzione che una vittoria in Angola avrebbe risolto a favore dei razzisti sudafricani anche lo scontro in Namibia. Quando Gorbaciov ha abbandonato ogni sostegno internazionalista, solo Cuba, con svariati contingenti militari e diversi tecnici, medici, ingegneri, insegnanti, ha contribuito alla difesa della libertà e alla salvaguardia dell’indipendenza angolana, le visite di Raul Castro in quegli anni sono state numerose e calorose.

Nel 1991 Cuba risente del venir meno dell’aiuto sovietico e contribuisce a convincere il presidente José Eduardo dos Santos a un duplice passo, superare l’Angola Popolare verso una nazione multipartitica e in cui pubblico e privato possano integrarsi, potremmo dire una via socialdemocratica in cui si cerchino di salvaguardare i diritti sociali universali dei cittadini, sottoscrivere un accordo di pace con l’UNITA di Savimbi. Entrambe i passaggi vengono realizzati, il 29 e 30 settembre 1992, sotto il controllo internazionale si svolgono le elezioni presidenziali e parlamentari. I funzionari delle Nazioni Unite le giudicato assolutamente regolari, il popolo angolano sceglie MPLA che ottiene il 54% dei voti e 129 dei 220 deputati, l’UNITA è secondo con 70 eletti e il 34% dei suffragi. Per le presidenziale sarebbe necessario il ballottaggio, dos Santos raggiunge il 49,5% dei consensi, Savimbi il 40%, ma Savimbi, intuendo la sconfitta elettorale, alle urne preferisce le armi e riprende la guerra, sarà un nuovo decennio di sangue e di morte. Nel febbraio del 2002 Savimbi muore in uno scontro armato, due mesi dopo l’UNITA firma la pace e torna a essere semplicemente un partito politico. Nelle ultime elezioni parlamentari dell’agosto 2017 MPLA ha raccolto il 61% dei voti e 150 eletti su un totale sempre di 220, l’UNITA solo il 26% e 51 deputati.

Oggi l’Angola è consapevole di essere chiamato a ridurre le eccessive differenze sociali, ma guarda con fiducia al futuro, i ritmi di crescita sono significativi, le entrate del petrolio cospicue, l’affluenza di immigrati rappresenta il segnale di una nazione che può dare lavoro, non solo a namibiani e sudafricani, già numerosi, ma anche a molti portoghesi impoveriti dalle politiche monetariste dell’Unione Europea, contrastate, per quanto possibile, dall’attuale governo di sinistra di Lisbona che ha avuto un forte sostegno da parte dell’Angola e del MPLA nel contrastare la crisi, ricevendo aiuti diretti e investimenti. La mano africana che ha spezzato le catene dello sfruttamento, dello schiavismo e del colonialismo è diventata così il sostegno dell’antico colonizzatore, a dimostrazione che chi crede nella solidarietà è capace di guardare, senza rancore per il passato, al futuro.