Primeggia il cinema storico alla 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia

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1968, a Venezia la contestazione della sinistra extraparlamentare convince i registi prossimi al PCI ad assecondarla, cacciando il direttore Luigi Chiarini, i comunisti Gillo Pontecorvo, Carlo Lizzani, Ugo Gregoretti, Cesare Zavattini, ma anche Pasolini e tanti altri, riconosceranno anni dopo l’errore. In quell’occasione erano stati selezioni il capolavoro di Gian Vittorio Baldi “Fuoco!”, storia di un operaio licenziato che si barrica in casa e spara sulle forze dell’ordine, “Galileo” di Liliana Cavani, ispirato allo scritto brechtiano dedicato al grande scienziato e realizzato in coproduzione con la Bulgaria socialista, “Nostra Signora dei Turchi” di Carmelo Bene che ha innovato potentemente il linguaggio cinematografico, fondendo teatro, prime esperienze di video-arte, riflessione socio-culturale, con un grande monologo dedicato a coloro che vedono il divino. Dall’Ungheria popolare era giunto “Silenzio e grido” di Miklós Jancsó, autore qualche anno dopo di “Salmo rosso”, tra i più bei film socialisti di sempre. Se fosse possibile un salto temporale, i contestatori di Venezia ‘68 resterebbero certamente a bocca aperta di fronte a Venezia ’18, film meritevoli di essere ricordati ci sono stati anche in questa 75° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, ma li si deve cercare nelle pieghe della programmazione. Il resto, con consenso unanime di sponsor e presidenza, è per espressa volontà del pur meritevole direttore Alberto Barbera un ponte diretto con le megaproduzioni occidentali targate Hollywood, a partire dal film d’apertura dedicato a uno dei piloti che hanno ucciso migliaia di coreani nella guerra ’50 – ’53, quel Neil Armstrong, ricordato in un film noioso per aver messo per primo il piede sulla luna, il kolossal russo “Gagarin, primo uomo nel cosmo” del 2013 a Venezia non è mai arrivato, anche se Gagarin non ha mai spezzato la vita di nessuno, ma appunto sono i modelli culturali a stelle e strisce e gli stili di vita consumistici, ben più di mezzo secolo fa, a farla da padroni sugli schermi veneziani, pronti a ospitare, a prescindere dalla mediocrità, qualsiasi pellicola che sia “glamour” e porti il pubblico a riversarsi al Lido inseguendo nomi di grido. I festival del cinema insomma non sono più un’occasione per i cinefili, non solo giornalisti, ma una parte considerevole della macchina capitalistica.

Pochi film eccellono, su tutti “L’ascesa”, girato nel gelo di meno quaranta gradi nel gennaio 1974 nella campagna di Murom, terminato nella fase di montaggio alla fine del 1976 e vincitore nel 1977 dell’Orso d’oro a Berlino, il solo del cinema sovietico in tutta la storia di quella competizione a lungo segnata da un ostinato anticomunismo. La regista Larisa Shepitko scrive la sceneggiatura nel 1973 partendo dal romanzo “Sotnikov” di Vassilij Bykov, tuttavia solo l’aiuto della sua amica e compagna di studi Gemma Firsova, tra i dirigenti del settore cinematografico che sovraintende ai film dedicati alla Grande Guerra Patriottica, la Seconda Guerra Mondiale, riesce a vincere le titubanze delle autorità e della Goskino, la Commissione di Stato per il Cinema, dubbiose di fronte a un film estraneo ai consueti canoni generalmente trionfalistici e ispirati a una immediatezza didattico-pedagogica. Proprio la Firsova rimane entusiasta del valore profondo dell’eroismo spirituale del protagonista, interpretato da Boris Plotnikov, scelto per i sacrali rimandi del suo volto all’universo immaginativo delle icone ortodosse. La storia, ambientata nella campagna bielorussa, è quella di donne e uomini che pur sotto l’occupazione nazifascista danno la loro vita nella Resistenza. La fine tragica dei protagonisti troverà nella Vittoria del 9 maggio 1945 il riscatto alle immani sofferenze sopportate dal popolo sovietico, che ha avuto venti milioni di caduti tra civili e militari, ma quella gioia è lontana dai fotogrammi innevati da un candore abbagliante de “L’ascesa”, del tutto assente nel dipanarsi di una quotidianità fatta di fame, morte, freddo, solitudine. L’ideale socialista, espresso dalla ferma volontà di Boris Andreevic Sotnikov, nato non a caso nel ’17, l’anno della Rivoluzione d’Ottobre e orgogliosamente iscritto al Partito Comunista dell’Unione Sovietica dal 1935, nel tempo dell’industrializzazione e dell’edificazione del sistema socialista di matrice staliniana, brilla negli occhi e nel cuore di coloro che dai collaborazionisti saranno impiccati, anche una giovane ragazza dagli intensi occhi neri, interpretata da Victoria Goldentul, e una madre di famiglia, impersonata da Ljudmila Polijajkova, mentre un bianco, pallido ed evanescente sole fatica diradare la nebbia di a un cielo ugualmente bianco come i campi gelati e innevati. Tutto si fa silenzio, ma la forza interiore del bene riuscirà a prevalere, oltre ogni limite e ogni sofferenza, sulla cattiveria dei violenti. Senza “L’ascesa” non ci sarebbe mai stato “Va’ e vedi” di Elem Klimov, marito della Shepitko e che con lei inizia nel 1975 la riflessione su questo film ugualmente di argomento resistenziale, continuandola dopo la morte in un incidente della Shepitko nel 79, per vedere la sua turbolenta genesi solo in occasione del 40° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica nel 1985.

“La noche de 12 anos” di Alvaro Brechner è un assoluto capolavoro, per scenggiatura, regia, fotografia e recitazione, un film stupendo e toccante che ci porta nell’abisso dei dodici anni di torture e di isolamento sopportati tra il 1973 e il 1985 dai tupamaros José “Pepe” Mujica, poi parlamentare e presidente dell’Uruguay, Mauricio Rosencof, poeta, scrittore e poi assessore alla cultura del comune di Montevideo, Eleuterio Fernández Huidobro, poi ministro della difesa, chiamato a sovraintendere quei militari che lo avevano seviziato. Fotogramma dopo fotogramma entriamo dentro celle sempre più minuscole, con tre uomini a cui è negata la parola, la luce del sole e ogni dignità, privati dell’acqua per lavarsi, dei servizi igienici, della possibilità di leggere o scrivere, di incontrare i parenti, eppure i tre rivoluzionari son capaci, nel gorgo di una disperante rabbia che si trasforma in dolore e depressione, di trovare infinitesimali momenti carichi di un sorriso e quindi in grado di restituire la speranza. È il commovente cammino di salvezza che tre perseguitati trovano dentro loro stessi, in ragione delle idee di giustizia e di uguaglianza che li animano e che li condurranno alla liberazione.

Il 2019 sarà il bicentenario del massacro dei lavoratori di Manchester, avvenuto il 16 agosto 1819 a St. Peter’s Field. Quel giorno oltre sessantamila operai e operaie delle manifatture, coloro che avevano garantito le braccia per la rivoluzione industriale, mentre stanno ascoltando un comizio di Henry Hunt a favore del suffragio universale maschile e femminile e per la libera associazione dei lavoratori, vietata dall’inetto sovrano reggente, futuro Giorgio IV, vengono aggrediti, uccisi e feriti dall’esercito che sgombera la piazza. Mike Leigh con “Peterloo” realizza una puntuale ricostruzione degli avvenimenti e del contesto sociale dell’epoca, curata in ogni dettaglio, mostrando quella corale capacità del popolo di diventare soggetto storico, quel proletariato che avrà in Karl Marx il suo migliore ispiratore.

Piccole storie aprono squarci su intere epoche, questo riesce magistralmente al poetico bianco e nero di “Roma”, titolo dedicato al quartiere di Città del Messico in cui è cresciuto il regista Alfonso Cuarón, meritato vincitore del Leone d’oro. Lunghi piani sequenza che indugiano sui luoghi e sugli oggetti, frutto di una meticolosa e perfetta ricostruzione, ci portano dentro il Messico della cupa stagione del passaggio dalla presidenza di Diaz Ordaz a quella di Echeverria, entrambe asservite alla violenta lotta dell’imperialismo contro il socialismo, così tra l’autunno 1970 e l’estate 1971 due donne si trovano a confrontarsi con la necessità di crescere insieme nella solidarietà, dopo che uomini inutili, inetto il primo e violento il secondo, le hanno lasciate, crescendo i figli con quell’amore per la vita che è il valore profondo della costruzione del futuro. Il greco Yorgos Lanthimos in “La favorita”, vincitore del Leone d’argento, ricama con eccessiva disinvoltura sugli avvenimenti che chiudono il regno di Anna d’Inghilterra (1707 – 1714), ultima degli Stuart, ma racconta con precisione le dinamiche che hanno portato al primo governo del partito conservatore in quella nazione.