Il piano del PS contro la violenza sulle donne non basta!

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Vogliamo il pane, e le rose: ossia, perché per noi il piano dei cinque punti proposto dal Partito Socialista è giusto, ma non basta.

Dopo i fatti di Ginevra, una notte da incubo per cinque giovani donne aggredite all’uscita da un a discoteca, il Partito Socialista Svizzero (PS) ha deciso di lanciare un piano contro la violenza sulle donne. Ci felicitiamo per la presa di posizione netta e la volontà di sviluppare un percorso concreto che possa finalmente arginare il fenomeno e metterne in agenda la problematizzazione.

Dopo alcuni confronti e riflessioni abbiamo deciso di contro-proporre cinque riflessioni critiche, ma costruttive, che possano sviluppare la riflessione a sinistra, nell’ottica di un’azione finalmente unitaria e dalle volontà trasformative importanti e (potenzialmente) risolutive.

1.      Il primo e centrale punto, per noi, deve essere quello che, nel piano del PS, risulta all’ultimo posto. Quello da cui, a nostro avviso, derivano tutti gli altri, il motore di ogni lotta, conditio sine qua non delle rivendicazioni delle donne che vogliano uscire dal recinto dell’emergenzialità. La parità, l’assoluta e piena uguaglianza, da intendersi come l’abbattimento di qualsiasi impedimento allo sviluppo pieno della persona. La parità salariale, innanzitutto, e la parità dei diritti in materia lavorativa, sociale e civile, i quali, è bene ribadirlo, non vanno mai scissi tra loro. Senza questo punto di partenza è difficilissimo costruire piani e  processi educativi nelle scuole, tutte le campagne di prevenzione, nonché gli aspetti terapeutici e consulenziali. Ancora, senza una riflessione robusta ed intersezionale sulla rape culture, a tutto tondo, si vanno indebolendo i discorsi educativi sulla questione di genere e sulla decostruzione degli stereotipi che questa porta con sé. Se è vero che dalla seconda metà del Novecento grandi passi avanti sono stati fatti, negli ultimi anni la situazione ha assunto tinte preoccupanti. Se da un lato si è finalmente trovato il coraggio di denunciare gli abusi, dall’altro si è spesso persa la complessità del ragionamento rispetto al sistema patriarcale: come si è originato? Come si mantiene? A chi serve? L’emergenzialità non ci basta: occorre un radicale ripensamento degli stereotipi sui generi troppo spesso considerati normali e sciolti da qualsiasi radicamento culturale, serve un più profondo ragionamento sui rapporti di forza tra i generi, su cosa li regge, chi li legittima, come si ripropongono come dati di realtà.

2.  Ne “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” del 1884, Friedrich Engels scriveva che «la moderna famiglia singola è fondata sulla schiavitù domestica della donna, aperta o mascherata, e la società moderna è una massa composta nella sua struttura molecolare da un complesso di famiglie singole. Al giorno d’oggi l’uomo, nella grande maggioranza dei casi, deve essere colui che guadagna, che alimenta la famiglia, per lo meno nelle classi abbienti; il che gli dà una posizione di comando». Se questo estratto ci collega al primo punto, parallelamente ci conduce anche al secondo. Ossia che la questione di classe, nella sua speciale configurazione di genere, esiste e, da sinistra, non può essere elusa. Questo sistema di commercializzazione delle donne, della sua oggettivazione, è parte di un sistema più complesso. Sempre Engels, riprendendo uno stralcio dell’Ideologia Tedesca, aggiungeva che «il primo contrasto di classe che appare nella storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra uomo e donna nel matrimonio monogamico, e la prima oppressione di classe coincide con quella del sesso femminile da parte di quello maschile». Parole di oltre centocinquanta anni fa, che testimoniano come i ruoli sociali, e quindi domestici, non si siano ancora del tutto svincolati dalle forme tradizionali, e come la questione di classe rimanga tutt’oggi centrale nel ragionare sulle questioni inerenti il sessismo e il maschilismo.

3.   Condivisibili i punti 2. e 3. riguardo al rinforzo e l’accessibilità degli strumenti consulenziali, terapeutici, riabilitativi e preventivi. Rilanciamo, e proponiamo un incremento delle reti di protezione sul territorio, formali in primis, ma anche informali, e proposte audaci come l’obbligo di denuncia dei pronti soccorsi rispetto ai sospetti di violenza domestica. Proponiamo anche di lavorare sugli uomini, sviluppando centri che si occupino al tempo stesso delle problematiche maschili che prevengano situazioni violente ed esasperate. Occorre anche sviluppare una cultura, in rapporto a questa problematica, che dia il giusto peso alle gravi situazioni che viviamo quotidianamente, senza scadere nel prodotto massmediatico utile a gonfiare gli ascolti. Nel trattare un tema così difficile e carico a livello semiotico e simbolico, è importante ribadire con forza che la violenza di genere si origina in un preciso schema di pensiero, che ancora vede e tratta le vittime quasi come complici dei carnefici. Insegnare agli uomini che la violenza non è uno schema comportamentale adeguato, sin dalla loro formazione come individui e cittadini, sarebbe ben più utile che insegnare alle donne a dire di no con forza.

4.  Proponiamo non solo la creazione di osservatori indipendenti, ma centri di ricerca e studio trasversali alle scienze umane e sociali che possano sviluppare riflessioni accurate su questi processi. Non unicamente un sapere “accademico”. Da sinistra, a sinistra, per la sinistra, occorre sviluppare nuovamente una riflessione rigorosa, storicamente accurata e politicamente impegnata al fine di sovvertire alcune derive che una certa versione liberal e scandalistica del discorso femminista ha preso.

5. Il «No è No» è un principio sacrosanto, da trasformare in campagna a livello sociale. Giustissimo, ma non basta. Non basta perché in questo modo vengono a mancare delle basi importanti, in primis l’idea di sviluppare un’educazione affettiva a sentimentale nelle scuole. Ciò non significa, evidentemente, introdurre una materia schematica che si occupi del tema, come recentemente fatto con la civica, scorporando i necessari legami con la realtà sociale e le altre discipline. Oggi, al più, quello che viene svolto, molto spesso, è un’educazione sessuale (o, meglio, alla contraccezione sessuale) che spiega il funzionamento riproduttivo e le tecniche e possibilità di contraccezione. Noi vogliamo invece che si studino in modo critico storia, politica, letteratura, poesia, antropologia, sociologia, economia e molto altro, decostruendo criticamente i rapporti tra uomo e donna, valorizzando il ruolo delle donne nella storia. Proponiamo anche di svolgere dei lavori di alfabetizzazione emotiva, atti a capire e creare spazi entro cui costruire modalità relazionali diverse, elaborare culture altre rispetto a quella maschilista e machista che oggi imperversa sotto varie forme. Il «No è No» è un principio che, senza questo, rischia di presentare – ancora una volta – l’immagine della donna come oggetto fragile e prezioso da proteggere. Le donne vanno protette dalla violenza machista, soprattutto, estirpando le disuguaglianze sociali, giuridiche ed economiche, estirpando la cultura sessista e patriarcale, assumendosi però la responsabilità di costruire qualcosa di altro, e di migliore, che avvantaggerebbe tutti. Cambiando un sistema di sfruttamento dell’umano sull’umano che, a catena, non può che produrre tutto ciò: come  può un sistema fondato sulle disuguaglianze, sullo sfruttamento, non prevedere intrinsecamente un racconto patriarcale basato sul rapporto di forza uomo-donna? È necessaria un’analisi intersezionale profonda e accurata.

Alessia Di Donato Simone Romeo


Per approfondire:

Sul necessario legame tra diritti sociali e civili, e sulle conseguenze dell’omissione di questa relazione, consigliamo la lettura di Nancy Fraser (2017) The End of Progressive Neoliberalism, Dissent Magazine (https://www.dissentmagazine.org/online_articles/progressive-neoliberalism-reactionarypopulism-nancy-fraser);

Sulla prospettiva dell’internazionalità, invece, Susanne V. Knudsen, Intersectionality – a theoretical inspiration in the analysis of minority cultures and identities in textbooks

Simone Romeo, classe 1993, è laureando in scienze dell’educazione. Giovanissimo, è stato consigliere comunale di Locarno per il Partito Comunista. Collabora con Sinistra.ch fin dalla fondazione nel 2010.