Per la separazione fra Stato e Chiesa

in Editoriali/Opinione/Ticino e Svizzera di

Nel canton Ticino la questione dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica è sempre stata di grande attualità, a partire dalla formazione, nel 1830, del nostro ordinamento democratico. La prima costituzione ticinese prevedeva, all’art. 1, che “la Religione cattolica apostolica romana è la religione del Cantone”.

Nonostante le intense e promulgate lotte politiche che caratterizzarono il XIX secolo e buona parte del XX, questo articolo rimase in vigore fino alla modifica costituzionale del 1997, il cui articolo 24 prevede che “La Chiesa cattolica apostolica romana e la Chiesa evangelica riformata hanno la personalità di diritto pubblico e si organizzano liberamente”. Questa disposizione fu il frutto di un compromesso tra il mondo cattolico e il mondo laico ticinesi.

Ai nostri giorni, si deve constatare una profonda modifica nel sentimento religioso della popolazione, nel senso che, da noi come in tutto l’occidente, è gradualmente subentrato un processo di secolarizzazione, per cui la l’appartenenza a una religione, o il rifiuto di appartenervi, è diventata sempre più una questione personale e privata, perdendo qual carattere pubblico che la caratterizzava in passato. La presenza di nuove componenti, che esprimono culture provenienti da altri paesi, anche lontani, e con  conseguenze anche sulla pratica delle religioni, ha pure contribuito a mutare l’approccio al problema.

In questo contesto, appare sempre più ingiustificato il fatto che vi sono, nel nostro Cantone due religioni che godono di un privilegio: quella cattolica e quella protestante; di conseguenza vi sono dei cittadini (quelli che fanno parte dei due credi) che godono di favori rispetto ad altri. Questo trattamento di favore si esprime soprattutto nel fatto che le due Chiese (e in particolare quella cattolica, visto il numero preponderante di membri) possono ricevere sussidi e contributi da parte degli enti pubblici, provenienti, tramite le imposte, da soldi di tutti, anche di chi non crede. Accanto a questo privilegio finanziario, le due Chiese godono poi di un trattamento privilegiato nei media del servizio pubblico, di un accesso all’istruzione pubblica con l’ora di religione (facoltativa, con insegnanti designati dalla Curia vescovile ma pagati dallo Stato), nonché un’attenzione particolare nelle istituzioni.

Tutto ciò porta a una chiara discriminazione a carico di chi non si riconosce in nessuna fede, rispettivamente di chi ha una fede diversa dalle due costituzionalmente riconosciute. Un discriminazione significativa anche numericamente: chi non è credente rappresenta il 18% della popolazione ticinese (e bisognerebbe aggiungere anche la percentuale di coloro che sono credenti solo formalmente, ma in realtà senza nessuna pratica delle religione): si tratta della porzione più alta dopo i cattolici formalmente tali.

L’iniziativa per la separazione dello Stato dalle Chiese vuole porre rimedio a questa situazione non corrispondente a una democrazia che tenga conto della realtà odierna: essa prevede l’abolizione dell’attuale articolo 24 della costituzione cantonale e la sua sostituzione con una norma che preveda la laicità dello Stato e la neutralità religiosa, escludendo la promozione e le sovvenzioni ad attività legate a un culto. Con ciò si vuole realizzare uno Stato laico, che tuteli i diritti religiosi ma anche la libertà di coscienza individuale, considerando uguali le persone indipendentemente dal loro credo. Lo Stato laico protegge e garantisce i diritti di tutti allo stesso modo.

Giovanni Barella, insegnante, è presidente dell’Associazione dei Liberi Pensatori e promotore dell’iniziativa popolare per la separazione fra Stato e Chiesa nel Canton Ticino.