Genova 2001, “resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita”

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Ore 17:27. Quest’ora, oggi, è un momento simbolico. E credo che lo sia per una buona parte di quella generazione che si è politicizzata a sinistra in quegli anni: a Genova, nel luglio di 17 anni fa, si tenne infatti il vertice del G8.

Da qualche parte dovrei avere ancora i volantini che giravano al liceo nei mesi precedenti e che invitavano a recarsi in manifestazione nella città ligure per protestare contro la globalizzazione capitalista, le sue prassi guerrafondaie e di saccheggio neo-coloniale. Io però non ci andai: con l’ingenuità dei 18 anni commisi l’errore di finire in servizio militare. In realtà rifiutai gli ordini e venni sbattuto fuori dalla caserma in tempo utile, ma a Genova ormai avevo rinunciato. Eppure, come canta Guccini: “resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita”.

Amnesty International, che certo non è fonte comunista, descrisse Genova 2001 come la “più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”: la ferocia repressiva di militari e poliziotti (naturalmente coperti dall’altro e non solo da Roma) è stata implacabile, sono stati usati gas, si è sparato ad altezza uomo, sono stati torturati dei manifestanti pacifici nel chiuso delle caserme in cui si intonavano inni fascisti, sono stati picchiati a sangue giovani che dormivano in una scuola, si è fatto assassinare (dando la responsabilità a un carabiniere di leva) un ragazzo ventenne, Carlo Giuliani.

In una recentissima intervista Giuliano, il papà di Carlo, spiega che “Genova è stata gestita nel modo peggiore, o nel modo migliore, dipende dai punti di vista. L’obiettivo che si erano preposti era quello di distruggere quel movimento che dava grande fastidio perché aveva grandissime idee, quello lo hanno realizzato e raggiunto”. E’ l’amara lezione del 2001 che a sinistra non credo abbiamo ancora del tutto interiorizzato (la questione dell’organizzazione e della disciplina, ma anche quella dell’analisi dei rapporti di forza e della strategia).

Ma quei giorni hanno creato anche legami e amicizie, certamente quella con Vittorio Agnoletto, ma anche quella con Haidi: ricordo con emozione la sua lettera di solidarietà a uno sciopero del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) nel 2003 che si concludeva così: “…mi fate capire che, finchè qualcuno è pronto a raccogliere il testimone, la corsa può continuare. Coraggio, ragazzi, quello che fate è importante, ed è importante che siate sempre uniti. Per quello che può contare, una vecchia insegnante è dalla vostra parte. La mamma di Carlo”. E poi il suo arrivo al Liceo di Bellinzona a parlare con gli studenti, l’incontro in Piazza Alimonda per il 5° anniversario e, quattro anni fa, un veloce abbraccio alla stazione di Bellinzona.

Nel ricordo di Carlo e imparando da quel movimento per quanto contraddittorio, insomma, il Partito Comunista continua…

Massimiliano Ay è segretario politico del Partito Comunista della Svizzera Italiana, dal 2008 al 2017 è stato consigliere comunale di Bellinzona e dal 2015 è deputato al parlamento della Repubblica e Cantone Ticino.