Festival di Cannes 2018: Stalin batte Macron

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A Cannes 2018 vince giustamente il premio per la sceneggiatura Jafar Panahi che chiude le polemiche con il governo iraniano e realizza un’opera in cui, sebbene gli sia vietato girare, come racconta in apertura del film in una buffa telefonata alla sua mamma, si riannodano i fili di quel neorealismo iraniano che ha fatto del cinema rivoluzionario il più potente e comunicativo linguaggio per veicolare i valori di inclusione e partecipazione che la Rivoluzione stessa quarant’anni fa ha affermato, dimostrandosi più forte degli orrori della precedente dittatura dei Pahlevi. “Tre volti” è anche un omaggio, nella sua lineare semplicità, nelle inquadrature e nella fotografia pulite e senza fronzoli, al primo Kiarostami, amico e maestro di Panahi e recentemente scomparso. È quindi per il regista un ritorno al “Palloncino bianco” e a “Lo specchio”, certamente i suoi film migliori, insieme a “Il cerchio”, altra storia di donne, che diciotto anni fa ha trionfato a Venezia, ma questa volta è soprattutto una specie di remake di “Dov’è la casa del mio amico”, l’opera di maggiore delicatezza e al contempo di maggiore spessore di Kiarostami. In questo caso, stesse montagne, stesse persone semplici e dignitose, stessi interni, modesti e vissuti, stesse donne e stessi uomini, per lo più contadini, che vivono nel nord montuoso al confine con la Turchia e l’Azerbaijan. Non c’è più però Mohammad Reza Ne Masadek che cerca il compagno di scuola, ma una ragazza che vuole diventare attrice e scappa di casa, andando a vivere da una anziana sua compaesana, già attrice nelle commedie prerivoluzionarie e dispiaciuta, lei, come tutti gli attori di quell’epoca, di non aver mai ricevuto la solidarietà del mondo del cinema rivoluzionario. Ci troviamo quindi non a cercare una casa, ma ribaltando i termini del celebre film kiarostaminiano a cercare una persona. La ricerca è condotta dalla celebre attrice Behnaz Jafari, accompagnata dal regista. Jafari prima è risentita, poi conquistata dalla profonda umanità e dalla prorompente volontà della giovane Marzieh Rezaei e dal contesto in cui vive, perché sorseggiando un the con gli anziani del villaggio Behnaz Jafari comprende che è difficile spiegare oggi, sia su quelle montagne, sia al mondo, che non si può portare un dono ricevuto da un contadino a un attore prerivoluzionario che nel frattempo è scappato all’estero, così come chiedere a Panahi, che per il momento all’estero non può andare, di portarglielo lui. Il tempo e il senso della vita, la libertà di scegliere del proprio destino e l’irruente cammino della storia, in pochi fotogrammi, in poche battute, in una profonda e armoniosa bellezza ecco raccolto e raccontato il mondo, la Rivoluzione, l’Iran, tutto in tre volti, di cui uno, il più anziano, solo riflesso nei suoi gesti e nei suoi luminosi dipinti. Un film toccante efficace e potente, lontano dall’individualismo psicologico che nell’ultimo decennio ha conquistato purtroppo il cinema iraniano, un film che ha nella bellezza e nella semplicità del suo linguaggio le caratteristiche migliori e più riuscite di una straordinaria cinematografia.
Modesto seppur volonteroso “Lazzaro felice” di Alice Rohrwacher, incapace di scendere nella profondità dei sentimenti il seppur compassionevole “Dogman” di Matteo Garrone, interessante “Manto” dell’attrice Nandita Das, passata alla regia, biografia dello scrittore Saadat Manto, indiano e pakistano al contempo, incapace di accettare la divisione del paese successiva all’indipendenza. “Weldi” di Mohamed Ben Attia racconta con rigore, con intelligenza, senza retorica e inutili eccessi il dramma di due anziani tunisini, persone per bene, lavoratori, musulmani che non frequentano la moschea, di fronte alla fuga e alla morte in Siria con gli integralisti, che loro detestano, del loro unico figlio. “Shéhérazade” di Jean-Bernard Marlin racconta con partecipazione ed emozione la storia d’amore di una ragazza e di un ragazzo arabi, nati a Marsiglia e costretti nella città francese a inventarsi insieme un’esistenza più forte della violenza e dell’esclusione sociale che li circonda, più durevole delle mille avversità che li contrastano. Rohena Gera con “Padrone” ci ricorda che l’India è una nazione che ha nel razzismo induista un elemento di violenta diseguaglianza. “Ragazza” dell’esordiente Lukas Dhont, è la storia di Lara, quando è ancora Victor e i servizi sociali bruxellesi tardano a garantirgli l’operazione che deve renderla a tutti gli effetti donna, così sceglie di evirarsi da sola, ma se fosse stata cittadina della Repubblica Islamica d’Iran tutto sarebbe stato più rapido, peccato il regista non faccia accenno alla maggiore civiltà garantita dagli ayatollah per chi desidera cambiare sesso.
Che Cannes sia uno dei festival più politici lo dimostrano le molte e smaccatamente ridicole pellicole allineate sulle posizioni liberal-liberiste e atlantiste di Macron. Con la scusa di raccontare la storia di tre sorelle nella Damasco del 2011, la regista Gaya Jiji in “Il mio tessuto preferito”, perdendosi in esistenzialismi del tutto inutili, pur facendo parlare fuori campo il presidente Assad, coglie l’occasione per realizzare il solito e imbarazzante film contro il legittimo governo siriano che ha invece combattuto e sconfitto il terrorismo. Peggio e di molto fa la francese Eva Husson che realizza “Le figlie del sole”, riprovevole per il tema, il sostegno al separatismo etnico in Medioriente, e mediocre come prodotto cinematografico. Altrettanto imbarazzante per il tono affettuosamente commemorativo “Chris lo svizzero” di Anja Kofmel, storia di un ventenne elvetico morto nel 1991 mentre era parte di un battaglione nazifascista, dichiaratamente voluto da Giovanni Paolo II e finanziato dall’Opus Dei, come documenta la regista, un gruppo di volontari internazionali dell’esercito croato, di cui alcuni reduci oggi vivono in Croazia con la pensione di guerra, sebbene siano stati dei criminali e abbiano perpetrato orrori nella guerra fomentata dall’Occidente per distruggere la Jugoslavia socialista. Non va meglio in Islanda, in cui “Donna in guerra” di Benedikt Erlingsson esalta una ecoterrorista, guarda caso con sorella buddista, che vuole impedire ai cinesi di salvare una locale fabbrica di alluminio. Peggio ancora “Le nostre battaglie” del francese Guillaume Senez, che doveva essere un film sulla condizione operaia nel settore della logistica, invece è una pellicola che lascia in un opaco sfondo le dure condizioni di vita dei lavoratori, per piegarsi a un familismo tutto psicologico ripetitivo e noioso. L’aggressivo unipolarismo occidentale mostra comunque tutta la sua fragilità non solo per la mediocrità di queste pellicole, ma perché si sbriciola attraversando i saloni del mercato del film, che è il vero cuore del Festival e in cui la retorica occidentalista non ha scampo, i film più ricercati sono infatti “Grazie a Stalin” e “Il divano di Stalin” con Depardieu, insomma, alla fine Stalin è più forte di Macron, anche al cinema.