70 anni fa: comunisti e socialisti italiani riuniti sotto il simbolo di Garibaldi

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Settant’anni fa, la Guerra Fredda affondava le sue radici dentro la penisola, il Fronte Democratico Popolare, composto dal Partito Comunista Italiano (PCI) e dal Partito Socialista Italiano, raccoglieva il 31% alle elezioni parlamentari per la prima legislatura repubblicana.

Solo l’intelligenza politica di Palmiro Togliatti, la sua visione d’insieme del contesto nazionale e internazionale, la convinzione che del PCI si dovesse cercare di fare una forza plurale e aperta, al contrario ad esempio dei comunisti francesi, che resteranno sempre settari e dogmatici, ha portato i comunisti italiani, che un ruolo lo hanno avuto e decisivo nella lotta antifascista e resistenziale, ad averne anche uno negli anni della ricostruzione. Le conquiste che a vario titolo sono attribuite al ’68, sono invece di attribuirsi alla strategia togliattiana di partecipazione della vita democratica e parlamentare.

Il divorzio (1970), lo statuto dei lavoratori (1970), il nuovo diritto di famiglia (1975), la riforma del sistema psichiatrico (1976), il sistema sanitario nazionale (1978), sono conquiste nate dalla forza sociale, culturale, politica dei comunisti italiani, non della sinistra extraparlamentare che considerava il PCI un partito borghese e revisionista. Come ha ammesso Toni Negri, loro, i sessantottini, son riusciti solo ad aiutare il Capitale, attaccando e distruggendo il partito e il sindacato dei lavoratori.

Se è lo stesso Toni Negri a suonare il “De profundis” del ’68, di cui in ogni caso impazzano esagerate e festose commemorazioni, risulterà allora più interessante studiare e cercare di capire il Partito Comunista Italiano, quello che, anche attraverso l’intelligente coinvolgimento dei cattolici provenienti dalla Sinistra Cristiana e facenti capo a Franco Rodano, nell’aggressivo tempo delle madonne pellegrine agitate dalla Democrazia Cristiana contro i comunisti, offrirà uno spazio di crescita e di modernità per tutta la società italiana.

Questo soprattutto ha significato, pur nella sconfitta elettorale, il 18 aprile 1948, una sconfitta che non sarà un punto di termine, ma un punto di partenza, dal quale per un quarto di secolo il Partito Comunista Italiano riuscirà ad esercitare, migliorando l’Italia e facendola crescere, una straordinaria e singolare egemonia culturale assolutamente gramsciana.

Dai primi anni ’70, nonostante le conquiste sociali conseguite ancora in quel decennio, il consumismo dilagante e ben denunciato da Pier Paolo Pasolini, l’affermazione dell’individualismo disimpegnato, la nascita delle televisioni commerciali e la costruzione dell’egemonia culturale berlusconiana, questi i mesti risultati di un decennio di contestazione sessantottina, poteranno, ben prima della fine dell’Unione Sovietica e dello scioglimento del Partito Comunista Italiano al tramonto del ruolo e dell’incisività di quel Partito, anche ammaccato da una collaborazione con il sistema politico democristiano e socialista che in molti casi, travisando e tradendo le proposte del Partito stesso, scadrà, se non nel consociativismo, a una gestione unitaria e fallimentare con quei partiti della cosa pubblica.

La lista di Garibaldi, in quella primavera della Guerra Fredda preannunciava tutto questo, sebbene, nella focosa temperie di quello scontro, pochi allora se ne avvedessero.