Roberto Boninsegna, il centravanti che votava comunista

in Opinione/Sport di

Sono i primi anni ’60 e al torneo di Viareggio due ragazzi si rincorrono e si strattonano. Uno è il giovane attaccante interista Roberto Boninsegna, l’altro è il sampdoriano Francesco Morini. Le loro sfide caratterizzeranno il decennio successivo, fino a sfumare una volta diventati compagni di squadra. Boninsegna avrebbe voluto rimanere all’Inter, ma l’Inter lo mette alla porta. Questo addolora ancora Boninsegna, non sa darsene una ragione. Forse perché votava comunista, come suo padre operaio in fabbrica. Si è scritto molto dei pochi calciatori legati alla sinistra extraparlamentare italiana e tedesca degli anni ’70, nessuno studio è ancora apparso su coloro che in Italia erano comunisti ai tempi di Togliatti e di Longo e per questo motivo venivano penalizzati, anche se erano dei campioni inarrivabili come Roberto Boninsegna, il più grande centravanti italiano del secondo Novecento.

Roberto Boninsegna

Il 1963-64 è in seconda divisione a Prato e l’anno seguente a Potenza, sospingendo con nove reti la squadra al quinto posto. Quindi un anno a Varese, il primo nella massima serie e tre al Cagliari, prima di tornare all’Inter e quindi passare nel triennio 1976 – 1979 alla Juventus.
Boninsegna sigla la prima rete della storica semifinale messicana del 1970 tra Italia e Germania, finita 4 a 3 per una rete di Rivera propiziata da un’estenuante e gloriosa sgroppata sulla fascia laterale proprio di Boninsegna, che in finale pareggia il vantaggio brasiliano, prima che Pelè e compagni dilaghino nel secondo tempo. Eppure quel mondiale non lo doveva giocare perché l’allenatore Ferruccio Valcareggi non lo voleva in squadra, dopo averlo fatto debuttare a Berna contro la Svizzera nel novembre 1967 e averlo presto dimenticato, solo l’infortunio di Anastasi lo catapulta sulla ribalta planetaria. Pure quattro anni dopo parte in tribuna, preferendogli Valcareggi Anastasi e Chinaglia. Poi, quando la squadra sarà con l’acqua alla gola, l’Italia si affiderà tardivamente alla sua potenza e alle sue giocate, lui che ancora una volta aveva segnato una caterva di reti anche quel campionato, ben ventitre, di cui quattro a ottobre contro il Foggia il 18 novembre 1963, esattamente sei anni dopo il suo debutto in nazionale, cerca di rappezzare una partita, quella con la Polonia, che ha anche visto il governo argentino di Juan Domingo Peron, tornato alla guida del paese, promettere ai polacchi un premio in cambio di un aiuto nel passaggio del turno, che infatti avviene ai danni dell’Italia. Di quel mondiale del 1974 Boninsegna ricorda l’aereo arrivato nella notte da Roma per permettere al litigioso Chinaglia di tornare in squadra. L’aereo portava Tommaso Maestrelli, allenatore della Lazio quell’anno per la prima volta campione d’Italia e il solo capace di contenere l’iracondo centravanti e uno dei figli, laziale nonostante le origini partenopee della famiglia, del presidente della Repubblica Giovanni Leone, espressione della destra democristiana. Sulla panchina della nazionale arriverà Fulvio Bernardini, troppo tardi, constata amaramente Boninsegna. Innumerevoli i suoi gol con l’Inter e poi con la Juventus, alcuni con acrobazie tanto ardite da valergli il soprannome, regalatogli dall’insuperato giornalista e scrittore Gianni Brera, di Bonimba.
L’allenatore del grande Cagliari Manlio Scopigno, che proprio l’anno prima dello storico e al momento unico scudetto sardo si vede costretto a cederlo per portare sull’isola Gori e Domenghini, resta quello a cui più è legato e che più gli ha insegnato. A Cagliari Boninsegna lascia un grande amico e un affiatato compagno di gioco: Gigi Riva, si ritroveranno fianco a fianco solo in una manciata di partire in nazionale, scrivendo pagine significative del calcio azzurro, come appunto quelle del mondiali del 1970. Una simile intesa Boninsegna la ritroverà solo anni dopo con il giovane Roberto Bettega. Nei primi anni ’80 chiude, non al Mantova, sua città natale, come avrebbe voluto, una intensa e gloriosa carriera di calciatore e inizia quella di allenatore, guidando a lungo le nazionali giovanili della terza divisione italiana. Poi decide di lasciare, nonostante sia ancora innamorato di questo gioco, perché totalmente estraneo, distante e critico verso un calcio moderno in cui lo strapotere dei procuratori, i troppi disonesti, i troppi interessi soffocano uno sport che, diventando a tutti i costi un’industria a caccia di profitti, tradisce quella passione che Roberto Boninsegna trasmette, con uno sguardo fulmineo come i suoi scatti, a chi abbia la fortuna di incontrarlo.