Il mito della nonviolenza buddista finalmente smascherato…

in Opinione/Speciale Pardo 2017 di

Durante l’ultima edizione del Film Festival di Locarno è stato proiettato il documentario “Le vénérable W.” di Barbet Schröder (Francia, 2017) sull’influente monaco buddista birmano Wirathu.

Nella sala osservo il pubblico, prevalentemente femminile, con un’ammirazione per il buddismo che lo si legge negli occhi (in alcuni casi anche negli indumenti). Ma in alcuni il nervosismo è palpabile… la trama non presenta nulla di buono per chi vive nel mito dei santoni buddisti innalzati a eroi senza macchia. Uno spettatore legge “Il manifesto”, quotidiano della vicina Penisola che nella testata ancora si definisce comunista (benché sia lecito chiedersi se lo sia davvero ancora). L’anagrafe dei presenti suggerisce un passato sessantottino, o presunto tale. Dico presunto, perché il ‘68 è stata emancipazione studentesca e conflitto di classe in fabbrica, non solo le degenerazioni idealistiche piccolo borghesi che oggi prevalgono fra coloro i quali, su quell’epoca (e le sue frustrazioni) ci ha quasi messo il copyright.

La pellicola permette finalmente di mostrare la parte fin troppo celata del buddismo: la violenza, la gerarchia di casta e il razzismo (in questo caso anti-islamico) hanno la meglio rispetto alla convinzione tutta occidentale che il buddismo sia la nuova frontiera dell’armonia e della nonviolenza. I musulmani sarebbero dei “pesci gatto” che si mangiano tra di loro: così si esprime il santone di cui parla il film. Personaggio, questo, il cui impegno principale consiste nell’indottrinamento dei bambini: tutto incentrato sul fomentare l’odio inter-religioso con una retorica di una violenza inaudita, il suo “insegnamento” arriva a sostenere che la minoranza musulmana sia una specie di esercito di corruttori provvisti di una “sex strategy” per convertire le ragazze all’islam, ma anche una sorta di specialisti pronti a comprare le persone per distruggerne le …razze! Il monaco, fiero di essere stato all’origine dei pogrom razzisti anti-musulmani del 2003, – ammette come dietro vi fosse stata la pianificazione del Mossad, il temibile servizio segreto del regime sionista di Israele – con cui evidentemente i tanto mitizzati sacerdoti non si fanno problemi a collaborare. Qualche anno dopo, nel 2007, una protesta originariamente di carattere sociale, viene subito strumentalizzata dagli stessi monaci, trasformandola ed enfatizzandone i messaggi a loro vantaggio.

Al termine della visione si tenta di mostrare comunque un buddismo pacifico, quasi a correre ai ripari: un buddismo “vero” che si distanzia dal predicatore in questione. Tuttavia ci si guarda bene dall’accennare alle prassi violente in sé del buddismo tibetano, vicino addirittura a personaggi con un chiaro passato nazista, ma che in Occidente si continua impropriamente a dipingere come “non-violento”.

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Massimiliano Ay è segretario politico del Partito Comunista della Svizzera Italiana, dal 2008 al 2017 è stato consigliere comunale di Bellinzona e dal 2015 è deputato al parlamento della Repubblica e Cantone Ticino.