Oum Kulthum

74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, primeggia “Va’ e vedi” di Elem Klimov

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Molte le pellicole interessanti alla 74° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, dal profondo iraniano “Senza data, senza firma” di Vahid Jalilvand, vincitore del premio per la migliore regia della sezione Orizzonti, che rinnova nella quotidianità i valori della Rivoluzione Islamica, all’allegro e divertente “La vita in comune” di Edoardo Winspeare che nel solco della classica commedia all’italiana esalta la società agricolo – operaia di un paesino pugliese. “Victoria e Abdul” di Stephen Frears racconta come la fondatrice del moderno imperialismo britannico abbia mostrato nei suoi ultimi anni di vita profondo interesse per il mondo musulmano, “Guardando Giulietta” del canado-vietnamita Kim Nguyen documenta l’amore capace di vincere la distanza e la precarietà, “Zama” dell’Argentina Lucrecia Martel con una fotografia luminosa e con costumi stupendi ci riporta ai primi del ‘700, descrivendo la violenza dell’Occidente contro l’America Latina, “Alla ricerca di Um Kulthum”, pur con qualche cedevolezza alla vanità dell’artista e regista iraniana Shirin Neshat, ci immerge nella vita della più grande cantante egiziana di tutti i tempi. I colori di ciascun fotogramma regalano intensità e forza a tratti toccante. Um Kulthum bambina nella sua città natale, ventenne al Cairo tra le donne in una manifestazione per i diritti in cui le ragazze velate gridano “musawat, musawat!”, ovvero “uguaglianza, uguaglianza!”, prima del comizio conclusivo di Hoda El Sharawi e Safiya Zaghlul, grandi animatrici del movimento femminista arabo e ancora la cantante con Nasser a riaffermare l’indipendenza e la sovranità dell’Egitto. Un film arricchito dalla rilevante interpretazione nel ruolo della protagonista di Yasmin Raeis, già celebre per “La ragazza della fabbrica” di Mohamed Khan.

vai e vedi due protagonistiEppure il più significativo capolavoro è proposto dal governo russo che ha restaurato “Va’ e vedi” di Elem Klimov, film vincitore della sezione Classici, realizzato nel 1985 per celebrare il 40° anniversario della Vittoria sovietica contro il nazifascismo, un film durissimo e totalmente estraneo a qualsiasi trionfalismo, capace di indagare la devastante tragedia umana e psicologica che accompagna la guerra, lontano da qualsiasi trionfalismo, scevro da una visione pacificata del conflitto e capace di non dimenticare neppure la piaga dei collaborazionisti bielorussi. Gli occhi entusiasti di Florya, il protagonista interpretato da Aleksej Kravcenko, quando parte partigiano, ben presto si riempiono di straziante dolore, di assoluta disperazione. I suoi capelli si fanno grigi, le sue tempie si curvano per le rughe. È un film simbolico, dove pochi gesti, poche azioni, pochi fotogrammi, come quello della ragazza stuprata, insanguinata e incapace di riconoscere gli altri e se stessa, Glaša, l’amica di Florya, interpretata da una superlativa Olga Mironova, insieme a scene più lunghe, come il bruciamento delle donne, degli uomini e dei bambini in un villaggio, rinchiusi nella chiesa di legno, rappresentano nell’insieme la brutalità del nazifascismo a cui in nessun modo possono essere assimilati altri sistemi sociali e politici. Questa era infatti la volontà del regista e questo assolutamente traspare nell’incessante violenza che attraversa il film. Pochi ricordano che 628 villaggi bielorussi sono stati distrutti e incendiati durante la guerra e che i nazifascisti hanno compiuto questi orrori stuprando, bruciando e fucilandone gli abitanti.

Иди-и-смотри vai e vedi film sovieticoLa storia del film è molto lunga, il regista Elem Klimov inizia a immaginarlo nel 1975 e ne avvia il progetto nel 1977, scegliendo come consulente storico Pëtr Mironovič Mašerov, lontano discendente di un soldato napoleonico rimasto in Bielorussia un secolo prima della sua nascita, Primo Segretario del Partito Comunista Bielorusso dell’URSS dal 1965, capace di dare impulso all’industria chimica bielorussa, membro del Comitato Centrale del PCUS, ma soprattutto a lungo dirigente del Komsomol e capo partigiano bielorusso, tanto da essere insignito del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica nel 1944 a soli ventisei anni, mentre per il suo lavoro politico diventerà Eroe del Lavoro Socialista nel 1978. Mašerov concorda con Klimov, occorre raccontare l’orrore subito, non realizzare il solito oleografico quadretto sui partigiani, pur riconoscendone e documentandone filmicamente l’eroicità. Insieme scelgono il titolo della pellicola, traendolo dal settimo versetto del sesto capitolo dell’Apocalisse di Giovanni, il veggente di Ptamos, a cui universalmente si attribuisce la scrittura del testo, parole anch’esse strazianti e durissime, “Va’ e vedi”, relative al quarto sigillo del giudizio universale.

Quando Mašerov muore in un incidente l’Unione Sovietica perde un dirigente che avrebbe potuto contrastare l’ascesa di Gorbaciov e la consulenza storica del film passa alla Goskino, la Commissione di Stato per il Cinema, che ritarda a lungo i lavori, muovendo diverse obiezioni sia rispetto ai temi scelti dall’autore, sia rispetto alle modalità narrative. Il film accumulerà ritardi, ma riuscirà ad essere pronto per il 40° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, la Seconda Guerra mondiale, trionfando al Festival Internazionale di Mosca del 1985 e a quello Pansovietico di Almaty del 1986. Ultimo dato, non certo irrilevante, nel 1986 nella sola Unione Sovietica gli spettatori di “Va’ e vedi” sono stati trenta milioni, un numero straordinario di cittadini che, grazie allo stato socialista, erano spettatori consapevoli e preparati.