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L’educazione civica non si fa così…

in Editoriali/Giovani e Formazione/Opinione/Ticino e Svizzera di

Nell’ultima seduta del Granconsiglio, la maggioranza del parlamento ha votato a favore dell’iniziativa popolare della destra a favore di una lezione di civica obbligatoria nelle nostre scuole. Sono stato uno dei pochi deputati a votare contro questa proposta, certo non perché non ritenga importante la questione, quanto piuttosto per le modalità e per i rischi che la proposta comporta.

Il professor Sergio Tramma nel suo libro “Pedagogia della contemporaneità” vede l’educazione alla cultura civica come l’educazione all’esercizio della critica e all’assunzione di responsabilità (e questo dovrebbe valere tanto per l’allievo quanto per l’insegnante, che invece a volte è spinto a un certo disimpegno su temi che riguardano l’attualità politica del paese); di conseguenza, ciò comporta che non si dovrebbe educare tanto alle pratiche di cittadinanza, bensì educare alla problematicità e alla responsabilità rispetto a tali pratiche di cittadinanza, cioè, in poche parole, al pensiero critico che indaga l’esistenza delle contraddizioni, delle ambivalenze, e che analizza i costi e i benefici di essere cittadino.

Tutto questo l’iniziativa sottoposta alla discussione del parlamento non lo prende realmente in considerazione. E allora cosa vogliamo? Tornare alla vecchia lezione cattedratica di civica? Sarebbe il modo migliore per distruggere ogni rimasuglio di interesse per la cosa pubblica. Piuttosto sono convinto che occorra dare mezzi alla scuola, togliendole quel senso di realtà ovattata che spesso ha quasi il timore di occuparsi di fenomeni sociali che sfociano troppo esplicitamente in scelte politiche che sono invece il sale del dibattito democratico. Occorre restituire dignità alle materie umanistiche, spesso sacrificate sull’altare delle cosiddette materie utili al mercato, ma non aggiungendo una lezione in più che di educazione politica ha poco e piuttosto rischia di diventare una lezione tecnica con un velato senso di indottrinamento ideologico alla cosiddetta “svizzeritudine” come gli stessi iniziativisti affermavano al momento del lancio dell’iniziativa. Ma che cos’è mai questa “svizzeritudine”? Dove sta la scientificità di un tale concetto?

I proponenti di questa nuova lezione intendono introdurre di fatto, non tanto una lezione per migliorare il senso critico della gioventù e il suo impegno politico, quanto piuttosto una lezione che omologhi gli allievi all’amor patrio, ai doveri ben prima che ai diritti, nonché a una sorta di culto del nostro sistema politico consociativo, cosa quest’ultima che dovrebbe (ma non è così) far preoccupare soprattutto la sinistra. Il tutto deve essere corredato da una “valutazione del profitto sotto forma di nota numerica”.

Se in apparenza questa iniziativa sopperisce a una mancanza, essa finisce in realtà per tentare di porre dei vincoli agli insegnanti affinché si educhino in un certo modo le future generazioni. Gli iniziativisti, che oggi diventano paladini della scuola pubblica e della necessità di aggiungervi una lezione, fino a ieri hanno però imposto tagli proprio alla scuola e hanno etichettato gli insegnanti come dei “rossi”.

Come rappresentante del Partito Comunista ritengo, al contrario, necessario che a scuola si parli di politica (soprattutto di cultura politica) e di società, e molto anche, ma in forma diversa: favorendo ad esempio l’inter-disciplinarietà nell’ambito dell’insegnamento della storia (nei licei, ad esempio, attraverso l’opzione complementare di storia politica), la geografia, la filosofia, l’economia e la geo-economia, e il diritto; ma soprattutto garantendo le condizioni quadro affinché gli studenti possano muoversi in autonomia, sperimentando forme di democrazia diretta a scuola nelle decisioni che li riguardano. Oggi invece si tende a ostacolare lo svolgimento ad esempio di assemblee studentesche oppure le si rende stanchi e inutili momenti istituzionalizzati e vuoti, per non parlare delle giornate culturali sempre meno autogestite. In questo modo i ragazzi sono spinti in forme di partecipazione coordinate dall’alto e non vengono abituati ad auto-organizzarsi e a diventare protagonisti critici della realtà. Una lezione civica al passo coi tempi è insomma l’esatto opposto di quanto richiesto dagli iniziativisti e approvato dalla maggioranza del Granconsiglio.

Massimiliano Ay è segretario politico del Partito Comunista della Svizzera Italiana, dal 2008 al 2017 è stato consigliere comunale di Bellinzona e dal 2015 è deputato al parlamento della Repubblica e Cantone Ticino.