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Il capro espiatorio offerto alla collera popolare per distoglierla dai bersagli reali

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L’Italia è un paese in declino, che dal 2008 ha perso il 10% del PIL, il 25% della produzione industriale e il 30% degli investimenti. Un paese condannatto da una classe dirigente di lacché a perdere tutti i suoi comparti produttivi più avanzati e strategici per facilitare il lavoro ai capitalisti tedeschi, francesi e statunitensi. Un paese che ha perso centinaia di migliaia di giovani in una spaventosa riedizione dell’emigrazione di massa. Un paese in cui i dati drammatici sull’occupazione vengono camuffati tramite l’abuso della categoria degli “inoccupati”. Un paese in cui gli anziani garantiscono con la loro pensione la sopravvivenza di figli e nipoti, ma la propaganda li dipinge come parassiti per giustificare gli scempi reiterati delle riforme pensionistiche e forse in futuro anche di peggio. Un paese in cui gli studi vengono resi interminabili ad arte per lasciare i giovani a carico delle famiglie, e la cosa viene giustificata ventilando successive, straordinarie prospettive di carriera che s’infrangono poi inevitabilmente contro una realtà in cui ti vengono proposti contratti da un mese al call center con successive proroghe settimanali, pagati quattro soldi. Un paese cementificato all’inverosimile, in cui il terreno smotta appena cadono due gocce e le case abusive condonate crollano appena arriva una scossetta di terremoto. E questi sono solo alcuni dei problemi. Poi uno accende la TV e a reti unificate gli viene spiegato che il problema principale è la “invasione” degli immigrati.

Permettetemi di affermarlo con forza: NO, quello degli immigrati non è “un problema sentito dalla classe perché tocca le sue condizioni materiali”. Gli immigrati sono il capro espiatorio offerto alla collera popolare per distoglierla dai bersagli reali. E questo non significa affatto non riconoscere che gli immigrati alimentino l’esercito di riserva e vengano usati per abbassare i salari e generare conflitto tra i salariati, né nascondersi che l’emarginazione sociale (di italiani come di stranieri) genera crimine e violenza e rende insicuri i quartieri. Significa però mettere in chiaro che non è affermando “da comunisti” che l’immigrazione sia un problema centrale e che la “sinistra petalosa” non lo capisca, che si rende un servizio alla lotta di classe.

La lotta di classe integra conflitto sociale interno e internazionalismo proletario, e a tutti i soloni da tastiera del purismo ideologico domando: dove siete voi, quando ci si batte per costruire la solidarietà di classe tra lavoratori italiani e immigrati sui posti di lavoro? E badate: l’esperienza concreta insegna che ciò non solo è possibile, ma anche naturale, quando s’interviene nel conflitto reale! Quali rapporti avete con le organizzazioni politiche di classe dei diversi paesi, attive nelle comunità? Che sforzo fate per avvicinarle alle organizzazioni di classe italiane, a cominciare dal sindacalismo conflittuale?

Non è nascondendo la propria subalterntà ideologica dietro al lessico scarlatto o all’insofferenza (giustificata, ma da elaborare teoricamente) per la “sinistra petalosa”, che si fa i “comunisti sul serio”.

Alessio Arena è segretario centrale del Fronte Popolare (Italia). Fino al 2012 è stato consigliere di facoltà presso l’Università degli Studi di Milano in rappresentanza dell’associazione “Démos-Studenti Comunisti”.