…appuntamento al 2018, con la speranza che il cinema torni a visitare Locarno!

in Cultura+Eventi/Opinione/Speciale Pardo 2017 di

Il sipario si chiude su Locarno70 sulle note dei Gotthard, rock band ticinese. Un documentario ben realizzato da Kevin Merz; un documentario che risulta essere una delle scelte più azzeccate dalla direzione artistica.
Sì, perché se i numeri premiano il Locarno Festival, con un aumento considerevole di pubblico (si parla di 174’000 presenze), e quasi tutti si sperticano in complimenti, personalmente esco soddisfatto dalla kermesse solamente in parte. Ed è la parte che ho potuto scegliere io; vale a dire il programma delle sale. Lì, avendo a disposizione un numero di pellicole considerevole, sono riuscito a scegliere bene, collezionando diversi film apprezzabili. Non seguo una sezione in particolare, prendendo con le pinze soprattutto i film dei concorsi; il mio percorso lo scelgo attingendo dall’esperienza e dalla fortuna. Tanto per dire, il film più bello visto a Locarno70 è stato “Wonderstruck” di Todd Haynes, pellicola che non partecipava a nessun concorso, mentre il primo film del concorso internazionale ad apparire nella mia personale classifica, è “Lucky” di John Carroll Lynch al settimo posto.
Laddove, invece, sono uscito un po’ deluso, è la Piazza Grande. Ero partito con buone speranze, in quanto il programma prevedeva una bella diversità di genere (cosa che auspico sempre nel programma della Piazza). Conoscevo un solo film, “Atomic blonde”; gli altri erano tutti da scoprire. Il risultato? La diversità c’è stata davvero, in quanto abbiamo visto blockbuster hollywoodiani, film d’avventura, horror d’essai e surreali, fantascienza, commedie e drammi. A mancare quasi del tutto, purtroppo, è stata la qualità. Due sole pellicole mi hanno soddisfatto pienamente: “What happened to Monday” di Tommy Wirkola, e il già citato “Gotthard – One life. One soul”. Per il resto, si è passato da pellicole decenti, a vere e proprie produzioni in grado di regalare solo noia e sbadigli. Persino il tanto atteso “Atomic blonde” riesce a deludere, essendo un film di propaganda statunitense come non se ne vedevano più da qualche anno a questa parte (probabilmente dai tempi di “Rocky IV”).
Ci sono degli indizi che preoccupano: è stata tolta la parola “film” dalla denominazione ufficiale del Festival; nei concorsi vengono selezionate delle vere e proprie video installazioni; si continua, sempre più, a sottolineare la parola “digitalizzazione”. Sembra che la direzione artistica del Festival voglia allontanarsi dal cinema vero e proprio; dal cinema dei contenti, dei messaggi, della cura artistica e tecnica dell’immagine. La video arte ha il suo motivo di esistere, ma quando è fine a sé stessa, non arricchisce nessuno, se non chi la produce. È davvero la direzione giusta dove andare come Festival?
Seguo da diversi anni il NIFFF, Festival del cinema fantastico di Neuchâtel, e la differenza sostanziale che vedo negli ultimi anni rispetto a Locarno, è la ricerca di prodotti cinematografici di alta qualità, che abbiano sì la cura tecnica (si parla pur sempre di pellicole horror, thriller, fantasy e compagnia), ma che possano anche avere dei contenuti importanti.
Non ci resta che sperare; sperare che quanto detto sia solo frutto di impressioni; sperare che, se così non fosse, la direzione artistica si ravveda e riporti il cinema, quello vero, a Locarno. Un cinema di contenuti, che sappia leggere la realtà mondiale, e sappia anche prendere posizione. Ecco un’altra mancanza al Locarno Festival: una posizione. Pochissimi, quasi inesistenti i film davvero critici presenti a Locarno. Ma di critica nei confronti del sistema, non a difesa di esso.
Quindi, appuntamento al 2018, con la speranza che il cinema torni a visitare Locarno.

Giorgio Bomio (1973), di professione postino, è un appassionato di cinema. E' stato consigliere comunale a Tenero-Contra per il Partito Comunista.