Bernie Sanders o le illusioni della sinistra

in Cultura+Eventi/Opinione/Speciale Pardo 2017 di

La recensione di Zeno Casella (leggi qui) sul documetario A campaign of their own proiettato al Locarno Festival inerente la campagna elettorale di Bernie Sanders, mi consente di riflettere a mia volta sui contenuti emersi dalla visione del film, i quali, al di là della vicenda specifica, forniscono importanti spunti di riflessioni per chi è attivo politicamente a sinistra anche a latitudini più vicine a noi.

Come dice bene Casella la pellicola mostra un movimento disordinato, spontaneista, quasi incapace di porsi con senso politico di fronte alla realtà. Quello che emerge è insomma un’ingenuità di fondo fra i militanti che si buttano a capofitto e con indubbia generosità in una battaglia ideale, che però non vuole considerare i “fatti testardi”, i rapporti di forza, le dinamiche d’apparato che rendono il Partito Democratico statunitense di fatto irriformabile.

Guardando quelle immagini si capisce quanto sia dannoso costruire una cultura movimentista basata sulle illusioni, sulle sole speranze, sulla mera indignazione, e mai invece sulla consapevolezza dell’asprezza del conflitto sociale. E qui di illusioni se ne riscontrano almeno due.

La prima illusione è quella che insiste nel vedere in Sanders un uomo della provvidenza totalmente alternativo all’élite statunitense, scordandosi del tutto di come nel 1999 i socialisti del Liberty Union Party occuparono il suo ufficio dopo che il compagno Sanders approvò i bombardamenti della NATO sulla ex-Jugoslavia, e di come anni prima, nel 1992, aveva fatto campagna per Bill Clinton (perché allora stupirsi del suo endorsement a Hillay oggi?). La seconda illusione è credere possibile una “rivoluzione politica” nell’ambito delle primarie americane, un vero e proprio ossimoro. Peraltro – quello delle primarie, non solo negli States – è uno stupendo concetto ideato dagli addetti ai lavori per truffare gli elettori con l’apparenza della democrazia di base!

Non vi saranno trasformazioni possibili senza organizzazione e disciplina: con il mero culto del volontarismo e della retorica “dal basso” che impedisce scientemente il necessario centralismo democratico; non si potrà affrontare con successo strutture navigate, professionali e potenti siano esse quelle dell’establishment di Hillary Clinton o realtà minori ma non meno forti, a noi più note. Meno canzoni, meno slogan, e molta più disciplina, verrebbe da dire in modo un po’ burbero, superando quel “liquidismo” in cui la cultura liberal progressista è finita.

Massimiliano Ay è segretario politico del Partito Comunista della Svizzera Italiana, dal 2008 al 2017 è stato consigliere comunale di Bellinzona e dal 2015 è deputato al parlamento della Repubblica e Cantone Ticino.