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…perché a vent’anni si può (e si deve) scegliere da che parte stare!

in Cultura+Eventi/Opinione/Speciale Pardo 2017 di

Finalmente, al Locarno Festival di quest’anno, abbiamo trovato un documentario esplicito, di denuncia sociale, impegnato, e soprattutto senza troppe ambiguità: senza cioè quel politically correct che intorpidisce ormai troppo spesso il dibattito storico e intellettuale anche nella cinematografia.

“CHoisir à vingt ans” di Villi Herman ha il pregio di mostrare la bestialità dell’imperialismo francese in Algeria da un punto di vista che raramente viene tenuto in considerazione: quello di chi coraggiosamente, a quell’epoca, coi suoi 18/20 anni, decise di sottrarsi alla leva militare e di non rendersi complice della macchina bellica del governo di Parigi.

Tra il 1954 e il 1962 furono centinaia i giovani francesi che dissero No all’ordine di marcia. Considerati “traditori” in patria, fuggirono in Svizzera, godendo di una rete organizzata di solidarietà che oggi non conosciamo purtroppo più.

Alcuni di loro, poi, collaborarono direttamente con il Fronte di Liberazione Nazionale Algerino: certo da internazionalisti, ma anche – benché loro forse non si definirebbero tali – da sinceri patrioti; patrioti di quello spirito rivoluzionario repubblicano che a Parigi, ai piani alti della politica era stato calpestato.

CHoisir_affiche_1500pxCorrenti diverse si trovano così riunite: dagli anarchici ai cattolici di base, passando per quei marxisti critici verso l’attitudine del Partito Comunista Francese (PCF). Il PCF, infatti, per timore che le colonie potessero finire in mani fasciste, mise per troppo tempo in secondo piano la solidarietà per l’indipendenza algerina e non fu entusiasta verso la scelta dell’obiezione di coscienza.

Tradizioni politiche diverse ma che –  contro il colonialismo del proprio Paese e per l’indipendenza dei popoli africani del cui sottosviluppo è l’Occidente a doversi assumere gran parte della responsabilità – trovano una comune lotta.

Sulle note in sottofondo del Disertore di Boris Vian, il regista ritrova molti decenni più tardi i compagni di allora. Ricordando l’importanza dell’accoglienza svizzera ma anche, con ironia, la diffidenza verso questi giovani “ribelli” da parte delle autorità svizzero-tedesche che li invitano anzi esplicitamente a starsene in Romandia, area più “adatta” a certi temperamenti, non vi sono ripensamenti: a vent’anni non erano stati indifferenti, avevano scelto la parte  giusta della barricata, anzi no: della storia!

A ostilità terminate, l’Algeria conquista l’indipendenza formale (quella economica ancora non ce l’ha!). Alcuni di quei ragazzi che al servizio militare si erano eroicamente sottratti, si recano in loco come insegnanti, come cooperanti, e ancora oggi risalta l’importanza del Servizio Civile Internazionale nell’opera di ricostruzione (in particolare del distretto di Sebdou) e di aiuto umanitario al popolo algerino, derubato, oppresso e umiliato dall’occupazione francese. A oltre mezzo secolo di distanza è lo stesso Hermann a ritrovare i volti di quei bambini algerini che dopo la guerra erano stati suoi allievi, ormai adulti: restano le speranze che la lotta anti-imperialista continua a suscitare.

Quella ai danni dell’Algeria è stata una occupazione in cui non sono mancate le torture e crimini contro l’umanità da chi oggi pretende di insegnare la democrazia al mondo intero: l’ammissione dei protagonisti secondo cui le torture e gli atti di cieca violenza contro i partigiani o civili africani, venissero commessi dai soldati di leva francesi e non da chissà quali “mercenari” è l’ulteriore dimostrazione che un esercito “di popolo” non è necessariamente meno aggressivo o più controllabile di un esercito di professionisti. Nulla di nuovo per chi ricorda lo scritto dello spartachista tedesco Karl Liebknecht: “le reclute narcotizzate, confuse, lusingate, comprate, oppresse, imprigionate, trascinate e bastonate; così si mescola e si impasta, granellino per granellino, il cemento per la poderosa costruzione dell’esercito; così si lega pietra a pietra per la costruzione del baluardo contro la sovversione. E a questo punto il singolo viene così indelicatamente piegato, tirato e storto in tutte le direzioni che anche la spina dorsale più solida corre il pericolo di rompersi, e o si piega o si spezza”. Un monito ulteriore per chi, a sinistra, continua a credere nel mito della milizia.

Massimiliano Ay è segretario politico del Partito Comunista della Svizzera Italiana, dal 2008 al 2017 è stato consigliere comunale di Bellinzona e dal 2015 è deputato al parlamento della Repubblica e Cantone Ticino.