SARAJEVO REWIND

Si è concluso il 23° San Giò Verona Video Festival

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Nella chiesa di Santa Maria in Chiavica a Verona per cinque giorni, dal 23 al 27 luglio, come ogni anno, si è svolta la 23° edizione del San Giò Verona Video Festival, diretto con slancio ed entusiasmo dal critico cinematografico Ugo Brusaporco, straordinaria occasione di immagini dal mondo, corti e lungometraggi che ancora una volta ci hanno raccontato la bellezza del cinema e la complessità del mondo. Tra i lungometraggi tre sono emersi con più forza.

“Sarajevo rewind” ha visto premiati per la miglior regia i due autori Eric Gobetti e Simone Malavolti, storici e anche interpeti del “road movie” storiografico-picaresco, in cui uno interpreta Franz Ferdinad e ne ripercorre la strada da Vienna a Sarajevo, l’altro Gavrilo Princip e il suo viaggio da Belgrado alla capitale bosniaca. Il film, che ascolta lungo il percorso le voci di storici e di cittadini, trasformandosi in una approfondita analisi sociologica e antropologica della memoria, è stato intrapreso nel giugno del 2014 nel centenario dell’attentato. I protagonisti si incontrano sul ponte sulla Miljacka proprio il 28 giugno, giorno di san Vito, tanto importante per la cultura serba e anniversario dell’azione di Princip, visto come assassino in Austria e come eroe dell’indipendenza dai serbi. È interessate osservare come gli austriaci interpellati, in generale, ricordino poco, immersi nel consumismo capitalista che nega valore alla storia ed è rilevante come dentro il contesto occidentale l’Austria, che a scuola condanna i nazionalismi, quello che definisce “serbo” di Princip e quello successivo pangermanico nazista, sia oggi una delle nazioni europee in cui il nazionalismo è più forte. In Serbia invece la memoria di Princip è viva, anche in ragione della tradizione culturale socialista che alla storia ha sempre dato molta più importanza dell’Occidente, tuttavia l’adesione del giovane Princip ai movimenti propugnatori dell’unità degli salvi del sud, non del nazionalismo serbo, è in parte dimenticata e in parte, come nuovi studi storiografici propongono, collegata al suo essere un giovane serbo-bosniaco non accettato al meglio dalla gioventù belgradese del tempo. Princip resta un giovane rivoluzionario che ha agito in nome di più alti ideali, i tirannicidi tuttavia sono sempre serviti a poco, in assenza di una diffusa coscienza e cultura tra i cittadini della necessità di un radicale cambiamento. Il suo gesto tuttavia ha cambiato la storia, ponendo fine al secolo della borghesia iniziato con la Restaurazione e alle sue sicurezze, magistralmente descritte da Stefan Zweig nel primo capitolo de “Il mondo di ieri”, spalancandosi al Novecento e allo scontro di classe tra capitalismo e socialismo, che ha visto, purtroppo, almeno parzialmente e momentaneamente, uscire vittorioso, dopo tre guerre, due armate e una fredda, il capitalismo e quella borghesia che ha dovuto ripensarsi e reinventarsi, propugnando da un lato il coinvolgimento di parte dei lavoratori dentro il quadro socialdemocratico e dall’altro intensificare lo sfruttamento e la rapina delle materie prime energetiche e alimentari di Asia, Africa e America Latina. Tutte le contraddizioni di questa vittoria tuttavia permangono irrisolte e anzi si manifestano oggi in tutta la loro dirompenza. Lo scontro sociale, culturale e politico iniziato nel 1914 a Sarajevo non si è esaurito infatti con la fine del socialismo di matrice sovietica, ma continua nel tempo presente, con lo contrapposizione tra l’unipolarismo delle multinazionali di matrice statunitense tutelate dalla NATO da un lato e la proposta multipolare avanzata dalla più grande nazione del mondo, la Cina Popolare, a guida comunista dall’altro. Princip e il suo mondo non ci sono più, ma contrariamente a quanto blaterato da qualche frettoloso economista di successo sulla fine della storia, la storia al contrario è oggi ancora poderosamente in movimento.

“Viaggio al Belgio”, diretto da Mattia Napoli e Nicola Di Girolamo, risultato il miglior film, girato a Genk nel 2016, riannoda la dolorosa storia dell’emigrazione italiana che nel secondo dopoguerra è scesa nelle miniere belghe per garantire, a prezzo della vita, non solo per le morti negli incidenti come a Marcinelle, ma anche per la devastante silicosi contratta dai lavoratori, lo sviluppo dell’Italia settentrionale presso le cui fabbriche affluiva il carbone estratto a prezzo del sangue e contrattato dai governi democristiani praticando un vero e proprio scambio schiavistico di braccia, principalmente meridionali, in cambio di merce, il carbone appunto. Il filo del dolore, delle lotte operaie, dell’oblio a cui lo stato e il governo italiano hanno abbandonato un milione di persone, è riannodato dalla voce delle seconde generazioni, ormai anch’esse anziane, e soprattutto da don Claudio, Natalio, che con considerevole coscienza di classe, non solo è stato prete operaio, ma ha vissuto sempre in mezzo alla comunità dei migranti della regione fiamminga. Il film, oltre alle considerevoli qualità cinematografiche, unisce una dolente e onesta analisi della realtà, sconfortante nell’individuare, ieri come oggi, nella lotta tra poveri promossa dal capitalismo, una desolante continuità.

“Patrimonio indesiderato”, scritto e diretto dalla giovane regista croata  Irena Škorić, premiato per la miglior fotografia, opera di Branko Cahun, Darko Krakar e Robert Krivec, è un film davvero importante. Racconta della violenta distruzione di circa tremila monumenti, concentrandosi su tre tra i più significativi, dedicati alla memoria della Resistenza antifascista e partigiana in Croazia, abbattuti in parte durante la guerra degli anni ‘90, in parte ad opera dei governi reazionari succedutisi in questi ultimi venticinque anni a Zagabria. Quei monumenti, testimonianze vive di un tempo in cui il socialismo univa i popoli jugoslavi, a volte erano di eccezionale valore artistico, ma questo non ha aiutato a salvarli, cancellati con l’espressa volontà di distruggere il ricordo di un’identità personale e collettiva dichiaratamente marxista.

Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.