Algeri, Ibrahim Omar Fanon, Yacine Kateb, la Rivoluzione, l’Indipendenza e il socialismo

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Mentre dall’aeroporto raggiungo il centro di Algeri, ragazze di incantevole e infinita bellezza escono dall’università senza un filo di trucco, mentre i loro veli sono agitati dal vento che porta insieme grigie nuvole e un intenso profumo di salsedine.

Algeri costeggia il mare, vi abitano quattro dei quaranta milioni di cittadini algerini, una popolazione giovane, come in tutto il Mediterraneo. Case e palazzi, spesso cadenti, intonacati di bianco, si dipanano in strade e viuzze che dal mare salgono per le colline, capaci di articolarsi in un interminabile saliscendi, dominato dal monumento alla lotta di Liberazione di Maqam Echahid, letteralmente Memoriale dei Martiri, con le statue realsocialiste dei combattenti. Algeri ricorda un po’ Napoli e un po’ Nizza, i colonialisti francesi hanno portato però, oltre a morte, sangue e torture, anche il loro stile architettonico tardo ottocentesco, esagerando, con l’evidente volontà di cancellare quanto di arabo e di berbero, “amazigh” in berbero, vi era. Anche la Qasba, patrimonio dell’UNESCO e protagonista della Resistenza anticoloniale raccontata dal grande Gillo Pontecorvo nel 1966 ne “La battaglia di Algeri”, alterna rari squarci antichi con un’infinità di palazzi francesi appiccicati gli uni agli altri nel reticolo di stradine a sbalzi e gradini che portano alla cittadella.

algeri_storicaPer le strade i ritratti dei martiri della lotta di Liberazione dal colonialismo francese, a volte con brevi cenni biografici dedicati al loro eroico sacrificio per la libertà di tutte e di tutti, si susseguono numerosi a segno di una memoria che si vuole mantenere viva e consapevole. Ne è prova che uno dei film di chiusura del 7° Festival Internazionale del Cinema d’Algeri sia stato “Ouled Mokrane, celle qui vivra” del berbero Amor Hakkar, già apprezzato nel 2007 a Locarno per “La maison jaune”, girato in berbero tra le montagne dell’Aurès. “Ouled Mokrane, celle qui vivra” è ancora una volta, come molte nella storia del cinema algerino, il racconto della violenza e del dolore, della memoria e del coraggio, di quello slancio ideale e politico che ha condotto alla nascita della Repubblica Democratica e Popolare d’Algeria.

Incontro un professore di Tecnologia dell’università, la sua storia è esemplare. Nato nel 1954, l’anno che vede iniziare la lotta di Liberazione algerina il 1° novembre, anche in ragione della vittoria del popolo vietnamita negli stessi giorni sui francesi, il professore perde a quattro anni il padre, partigiano combattente e a sette la madre, infermiera, uccisa dai francesi in una di quelle rappresaglie indiscriminate da loro condotte nei mesi che precedono l’indipendenza del luglio 1962. Nel 1991 è eletto parlamentare con il Fronte di Salvezza Islamico, che al primo turno ha raccolto oltre il 47,3% dei voti e 188 seggi su 231, chiedendo case, scuole, lavoro, ospedali, da ottenersi alzando il prezzo del gas e del petrolio venduto a francesi e italiani. Una telefonata tra Édith Cresson e Giulio Andreotti, primi ministri, col consenso dei rispettivi presidenti Mitterrand e Cossiga, porta all’arresto di tutti i deputati e di tutti i dirigenti del FIS e alla dittatura del generale Liamine Zéroual. Scoppia una sanguinosa guerra civile, alimentata dal governo stesso con la repressione militare e da integralisti islamici per larga parte estranei al FIS, supportati da sanguinari terroristi giunti dall’Arabia Saudita e da altre parti del Golfo e del mondo per fomentare una carneficina di cui sono ancora vive le ferite.

Trovo positivo che, anche con l’uscita di nuovi libri dedicati alla riflessione sul suo pensiero, resti attuale, almeno qui, Fanon. Nato in Martinica nel 1925, a vent’anni è congedato con merito al valor militare dall’esercito francese per aver combattuto per la Liberazione d’Europa dal nazifascismo. Rientrato ai Caraibi, partecipa alla campagna elettorale per l’elezione del suo professore Aimé Césaire, quale deputato del Partito Comunista. Terminati in Francia gli studi universitari in medicina e psichiatria, è convinto dal razzismo dei francesi a trasferirsi in Algeria a Blida, poco fuori Algeri, dove arriva qualche mese prima che il popolo algerino si ribelli al colonialismo francese. Per Fanon è il momento di una scelta radicale, internazionalista e fratello di ogni popolo oppresso, diventa a tutti gli effetti parte della dirigenza del Fronte di Liberazione Nazionale e rappresentate dell’Algeria in molti contesti diplomatici. Diventa funzionario del ministero degli esteri del Governo Provvisorio della Repubblica Algerina, G.P.R.A., che ha sede al Cairo, ospitato da Gamal Abdel Nasser. Si dichiara a tutti gli effetti algerino e da algerino scrive i suoi libri, tra i tanti, “I dannati della terra”, con prefazione di Jean Paul Sarte. Fanon è il primo ad analizzare il processo di decolonizzazione dal punto di vista sociologico, filosofico e psichiatrico, il primo a denunciare con forza il processo di spersonalizzazione attraverso cui il colonialismo rende estranei a se stessi i cittadini dei paesi arabi e africani. Espulso dalla Francia e dall’Algeria nel 1957, Fanon perde il passaporto, ma lo ottiene dalla Tunisia socialista appena diventata indipendente nel 1956. A Tunisi si riuniscono molti dirigenti del F.L.N. e vi è la sede della redazione del quotidiano del movimento: “El Moudjahid” con il quale Fanon collabora assiduamente, dopo aver scritto per “Resistenza Algerina”. A Tunisi Fanon non rinuncia a dare il suo contributo di medico e di professore, tanto all’università, quanto all’ospedale di La Manouba. Fanon capisce benissimo, da marxista, quanto la religione islamica sia parte dell’identità personale e collettiva non solo del popolo algerino, ma di tutti i popoli del Mediterraneo, inizia così a studiare il Corano e cambia il suo nome, abbandona Frantz prendendo quello di Ibrahim Omar. Alla fine del 1958 rappresenta l’Algeria alla Prima Conferenza Panafricana tenuta ad Accra su impulso del presidente ghanese Kwame N’Krumah, qui conosce e diventa amico del giovane Patrice Lumumba, sarà poi di nuovo in Egitto, in Unione Sovietica e in Ghana nel 1960 da ambasciatore del nascente stato algerino, già riconosciuto dai paesi socialisti e da quelli liberatisi dal colonialismo. Fanon si spegne per leucemia alla fine del 1961, ma la sua vitalità, la sua determinazione, il suo entusiasmo restano indelebili nei ricordi dei massimi dirigenti del F.L.N. da Ferhat Abbas a Benyoucef Benkhedda, da Abderrahmane Farès a Ahmed Ben Bella presidente dal 1963 al 1965, poi sostituito fino al 1978 da Houari Boumédiène.

algeri_cheGli anni ’60 e ’70 saranno i più intensi del socialismo algerino, i compagni cubani saranno di casa ad Algeri e come loro anche le Black Panthers, i comunisti dell’ANC di Nelson Mandela, i rappresentanti della Cina Popolare di Mao Ze Dong e di tutti i paesi socialisti dell’Europa Orientale, come dei Non Allineati, a partire dalla Jugoslavia e dall’Egitto. Una fitta rete di scambi commerciali e di tecnici a sostegno dell’industria algerina. Sono gli anni dello sviluppo del panafricanismo, del sostegno all’Algeria offerto da Patrice Lumumba e da Ernesto Che Guevara, due rivoluzionari a cui sono dedicate ancor oggi due importanti vie del centro.

Boumédiène dà impulso anche alla solidarietà tra paesi arabi di orientamento socialista, celebri gli incontri con Gheddafi, Arafat e Hafez al Assad, che lui riesce a riunire proprio ad Algeri.

Nella capitale mediterranea nel 1976 Lelio Basso indice una riunione mondiale per firmare la “Carta di Algeri”, ovvero la “Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli”. L’Algeria degli anni ’70 è quella raccontata in “Omar Gatlato”, opera d’esordio del regista Merzak Allouache, film piacevolmente scanzonato, pieno di vita e di luce, in cui le certezze del sistema socialista permettono una vita spensierata, in cui casa, scuola, salute e lavoro sono assicurati. In quella Algeria decide di tornare nel 1971 Yacine Kateb, il poeta e narratore dell’anima plurale e complessa, araba e cabila, berbera e musulmana del popolo algerino. La storia di Yacine Kateb è straordinaria, figlio di una antica famiglia islamica, studia dapprima alla madrasa coranica, poi al liceo, ma a sedici è cacciato e arrestato perché sostiene l’indipendenza nazionale. Dopo alcuni mesi di prigione ritrova la libertà e si divide tra l’attività di scrittore, in particolare giornalista per il quotidiano marxista “Alger Républicain”, e quella di operaio, prima di trasferirsi in Francia. Nel 1947 il cattolico francese più prossimo ai marxisti, Emmanuel Mounier, pubblica sulla sua rivista “Esprit” la poesia “Nedjma”, sensuale personificazione dell’Algeria, scritta dal diciottenne Yacine Kateb, il quale dilaterà a lungo il personaggio di Nedjma, tanto che diventerà la protagonista dell’omonimo romanzo del ’56, testo complesso, capace di fondere stili e registri differenti, privo di uno sviluppo lineare, ma avviluppato nella dimensione del desiderio per l’amata, nello stesso tempo in cui racconta la sofferenza del popolo che lotta per la sua liberazione. Nel 1971 fonda la compagnia teatrale A.C.T. Activité Culturelle des Travailleurs, mettendo in scena commedie in dialetto presso il teatro di Sidi Bel Abbès, che dirige. Come Fanon morirà troppo giovane di leucemia.

L’Algeria di oggi, cercando di non venire meno alle necessità sociali dei propri cittadini, vive la stagione del declino del presidente Abdelaziz Bouteflika in un quadro di pluralismo capace di esprimere una trentina di partiti in parlamento. Le opportunità per il futuro, a partire dalle energie alternative, si pensi solo ai panelli solari impiantabili nelle zone desertiche e disabitate, sono frammiste a un contesto regionale sconvolto da guerre e integralismi che lambiscono i confini, dal Mali alla Libia. Tutto è possibile e anche il suo contrario, preoccupazioni e speranze sono così parte di uno stesso sentimento che attraversa la popolazione, nella quale pare prevalere l’incertezza e l’attesa.

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