papafrancesco

Probabili le dimissioni del papa: dopo Francesco, arriva Martino?

in Editoriali/Opinione di

La seconda metà del 2017, o i primi mesi del 2018, porteranno con ogni probabilità alle dimissioni di Francesco. Non è una notizia sensazionale. Lui stesso, dai primi giorni della sua elezione, avvenuta nella freddissima e piovosa serata romana del 13 marzo 2013, come ho riportato nel mio libro “Francesco e la fine del papato” (Mimesis), lo ha affermato, colloquiando con suoi amici e collaboratori in quei giorni e ribadendolo pubblicamente in più riprese negli anni successivi.
Il fatto che Ratzinger compia nel 2017 novant’anni e sia, per sua fortuna, ancora vivo, nonostante la leucemia che lo attanaglia, non ha alcuna importanza. Che ci siano due o tre papi dimissionari, il termine “emeriti” fa proprio ridere, non cambia molto.
Bergoglio ha chiarito che vorrebbe tornare a Buenos Aires e che ritiene il limite degli ottant’anni una buona soglia non solo per i cardinali elettori, ma anche per l’assolvimento della carica di vescovo primus inter pares.
Francesco ha insistito in questi anni nel pretendere il diritto a casa, scuola, lavoro, salute per tutti gli esseri umani. I suoi incontri con i movimenti sociali hanno confermato un approccio sociale che dentro la chiesa è senza precedenti, se non intenzionalmente nella “Populorum Progressio” di Paolo VI, il pontefice di maggiore spessore del Novecento, insieme a Benedetto XV, contrario prima alla guerra e poi al fascismo e per questo sempre dimenticato.
In Francesco la radicalità della scelta della povertà e la determinazione della lotta alla plutocrazia curiale sono davvero sconvolgenti, ma proprio contro questi scogli, più ancora delle resistenze clericali contro le aperture misericordiose verso chi fino a ieri era bollato come peccatore mortale, dagli abortisti agli omosessuali, l’azione di Francesco ha trovato un muro invalicabile.
Francesco intende guidare il mondo cattolico per un altro anno perché si riserva di nominare alcuni vescovi di diocesi di particolare importanza, come Milano, e vuole nominare una ventina abbondante di nuovi cardinali in un paio di concistori. È tuttavia molto difficile che, nonostante i suoi sforzi, l’orientamento maggioritario dei cardinali possa indirizzarsi verso una continuità con il suo operato.
Francesco è sgradito alla maggioranza dei cardinali e tale situazione è per molti aspetti irrimediabile.
Tramontano quindi le ipotesi tanto di un Francesco Maria, che apra finalmente a un ruolo attivo delle donne nella chiesa, come sogna con il sincero slancio di sempre Giovanni Colombo, così come quella, da me auspicata da tempo, di un Abramo o Francesco Abramo, che trasmetta ad altri le cariche di vescovo di Roma e primate d’Italia e vada a vivere a Gerusalemme, riannodando i legami tra le tre religioni abramitiche, costruendo quella fraternità con i mondi ebraico e islamico che è sempre più indispensabile per costruire un domani di pace e di dialogo nello spazio euro-mediterraneo.
Il collegio cardinalizio si orienterà certamente verso un cardinale proveniente dall’Africa o dall’Asia. Un africano certo porterebbe grande scandalo tra i razzisti – purtroppo non pochi tra coloro che frequentano le parrocchie – che mal sopporterebbero un discendente delle vittime del colonialismo, più facilmente potrebbe essere un asiatico, magari filippino. Sarebbe così salvata l’immagine di facciata, dietro cui si celerebbero le nette e irrevocabili richieste dei cardinali, ovvero parlare dei poveri, ma senza esagerare, senza mettere in discussione il potere dell’apparato secolare della chiesa e smetterla con le eccessive aperture dottrinarie.
I curiali in cuor loro vorrebbero un Pio XIII, improponibile ben al di là del pessimo, debordante e mediocre film in dieci ore di Sorrentino, che certamente avranno seguito con sguardi avidi e invidiosi, ma sanno bene che saranno costretti a un compromesso con i cardinali del resto del mondo.
Un pontefice stretto dentro questo mandato potrebbe anche chiamarsi Francesco II, scegliendo una continuità nominale seppur in una dichiarata discontinuità progettuale, ma forse il peso del nome e soprattutto l’immediato ricordo del predecessore e il più generale richiamo al poverello d’Assisi sarebbero un peso troppo grande, preferibilmente evitabile.
Il primo papa africano o dell’estremo oriente, che molti sono stati i papi mediorientali, ma nessuno se li ricorda, visti i secoli di lontananza, potrebbe allora orientarsi verso un nome capace di essere la sintesi del mandato ricevuto, ovvero parlare di povertà senza intralciare l’apparato ecclesiale e le scelte dogmatiche convenzionalmente compiute lungo i secoli. Il nome migliore allora sarebbe quello del vescovo di Tours, già soldato romano e monaco, vissuto sempre in povertà, nonostante la carica vescovile, celebre per aver diviso il suo mantello con un mendicante e anche per questo divenuto santo, venerato pure dalle chiese ortodosse orientali: Martino.
L’ultimo papa con questo nome, Martino V, Oddone della famiglia Colonna, è abbastanza lontano, ben sei secoli, perché nessuno se ne ricordi. Avremmo così Martino VI, chiamato a guidare un’istituzione complessa in tempi complessi, ma circonfuso, nella sua esotica prossimità ai poveri grazie alle origini africane o asiatiche, di una simpatia tanto innocua, quanto innocuo sarà il suo operato.

Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è consigliere pubblicista della Foreign Press Association Milan.