I comunisti portoghesi dettano la linea: fuori dall’Euro, progressivamente

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Per i comunisti portoghesi del PCP, la questione europea è sempre stata prioritaria, come dimostrato sia, negli anni ottanta, dalla contrarietà all’entrata del Portogallo nell’allora Comunità Economica Europea, sia, oggi, dall’opposizione ai programmi di austerità imposti dalla troika (UE, BCE, FMI). La linea politica è sempre stata chiara, coerente, tanto quanto l’analisi del rapporto tra il paese iberico e la comunità europea, che si può considerare realista e pragmatica. Il dibattito interno ed esterno al Partito, già di per sé molto produttivo – considerata la mole di documenti e approfondimenti pubblicati sul tema -, si distingue per il suo livello di approfondimento e sintesi.

Di recente il PCP, per quanto concerne la questione dell’appartenenza all’Eurozona del Portogallo, ha portato avanti delle interessanti iniziative, come la sessione pubblica, tenutasi a Lisbona il 10 maggio 2016, intitolata: “La liberazione del paese dalla sottomissione all’Euro, quale condizione per lo sviluppo e la sovranità nazionale?”, a cui hanno partecipato quali relatori il segretario generale del Partito, Jerónimo de Sousa; l’eurodeputato comunista, João Ferreira; il deputato nazionale comunista, Paulo Sá; il membro del Commissione Politica del Comitato Centrale, Vasco Cardoso; e due economisti, relatori esterni: João Ferreira de Amaral e Jorge Bateira. Gli interventi degli ospiti hanno trattato la situazione del Portogallo dall’introduzione della moneta unica fino ai giorni nostri, e le proposte politiche necessarie per lo sviluppo economico e la sovranità del paese iberico.

L'intervento del deputato nazionale del PCP Paulo Sá
L’intervento del deputato nazionale del PCP Paulo Sá

Considerando i dati macroeconomici, il segretario Jerónimo de Sousa ha evidenziato che gli investimenti sono ai minimi storici, addirittura ai livelli degli anni ottanta; ciò, evidentemente, comporta una minore produttività. Ma pure l’eccessivo valore dell’Euro influisce negativamente sulla situazione complessiva. A titolo esemplificativo, il leader comunista ricorda che parte della produzione nazionale è stata sostituita da importazioni, che oggi un terzo dei settori dell’industria, dell’energia e dell’edilizia messi insieme sono andati persi, come pure lo stesso equivalente in termini di posti di lavoro. Jerónimo de Sousa rimarca, inoltre, il legame tra aumento del debito pubblico e introduzione dell’Euro: se il primo esso ammontava al 60% del PIL prima dell’adesione, oggi si attesta attorno al 29% del PIL. Dello stesso tenore è l’analisi dell’eurodeputato João Ferreira, il quale ha evidenziato che la liquidità introdotta dalla BCE non genera né investimenti, né consumi. La causa, a suo dire, è dovuta agli squilibri macroeconomici, risultanti da una moneta unica uguale per tutti, nonostante vi siano paesi con situazioni e necessità economiche ben diverse. All’interno del mercato unico, ha aggiunto Ferreira, si assiste a una colonizzazione dei mercati e della periferia, e ad un’alta mobilità del capitale multinazionale, che è un incentivo di per facili delocalizzazioni. L’Euro, in ultima analisi, favorisce i paesi più forti industrialmente nonché gli interessi del capitale volatile, a discapito della periferia europea, di cui la Penisola Iberica è parte.

Non sono stati solo i dati puramente economici ad avere tenuto banco nella sessione: una buona parte della stessa è stata dedicata anche ai dati politici. Il segretario Jerónimo de Sousa ha ricordato a tutti che le politiche dell’Euro sono state determinate dagli interessi della grande finanza e in sintonia con le capacità produttive e salariali della Germania, ma soprattutto che la mancanza di una vera banca centrale che funga da prestatore di ultimo ricorso fa solo il gioco degli speculatori. João Ferreira ha aggiunto che senza una moneta nazionale i paesi europei sono estremamente dipendenti dai mercati finanziari o dalla BCE, il che si traduce in una situazione di chiara sottomissione politica. L’eurodeputato ha in tal senso ricordato la storia recente della Grecia: a causa delle costrizioni dettate dall’UE e dall’Euro, le necessarie politiche per fare fronte alla crisi umanitaria sono state limitate. La leadership europea è rimasta inamovibile e arrogante nei confronti delle intenzioni di cambiamento e di alternativa politica richieste dal governo greco. In sintesi, non vi è né crescita, né sviluppo, quando si è sottomessi. In conclusione, secondo Ferreira, l’Euro e il mercato unico sono degli strumenti di classe al servizio di un programma politico ben definito: “l’Euro fu ed è una decisione politica, un’opzione del grande capitale europeo, nel contesto dell’approfondimento dell’integrazione capitalistica europea”. Dello stesso avviso è il compagno di partito Vasco Cardoso, il quale ha rimarcato che l’Euro è uno strumento utilizzato dalle economie più potenti dell’Eurozona al fine di incamerare quote maggiorate di ricchezza. Egli ha inoltre risposto a coloro i quali ritengono che il problema in sé non è la moneta bensì le politiche ad essa collegate, evidenziando ulteriormente che l’Euro, in virtù della sua architettura e struttura, detiene già in sé la radice del problema, in quanto, ad esempio, valuta unica sia per il centro che per la periferia. L’economista João Ferreira de Amaral ha individuato nella divisa europea un attacco all’indipendenza nazionale, in quanto limitante del raggio di azione e applicazione delle politiche nell’interesse del paese. Vi è mancanza di sovranità, dato che non c’è una moneta nazionale, e dato che le decisioni riguardanti il sistema finanziario europeo sono prese al di fuori del Portogallo; ci si trova anche di fronte ad un attacco verso la democrazia e lo stato sociale: infatti i trattati europei condizionano in modo sensibile tanto il presente quanto il futuro economico e sociale del paese, poiché vi sono costrizioni verso le politiche economiche e sociali necessarie a superare l’attuale situazione di crisi.

La restante parte della sessione è stata invece dedicata alle politiche da attuare al più presto per invertire la rotta. I comunisti portoghesi vorrebbero recuperare la sovranità monetaria, istituendo una banca centrale quale emettitore e prestatore di ultimo ricorso; finanziare la produzione, le PMI e le famiglie, al posto della speculazione; definire un maggiore controllo democratico del settore bancario pubblico; ma soprattutto, ed è questa la novità rilevante, uscire in modo controllato e progressivo dall’Euro, preparando le condizioni necessarie a minimizzare i possibili costi, e condividendo questi ultimi con i paesi, gli speculatori e i gruppi economici che guadagnano dalla divisa unica. Sono stati inoltre rivendicati la rinegoziazione del debito, lo sviluppo di un programma di finanziamento ed aiuto verso i paesi europei più fragili e indebitati, e la convocazione di una conferenza intergovernativa che sospenda e ridiscuta i trattati vigenti europei, cambiando pure il resto delle regole dell’Unione.

L’uscita dall’Eurozona non è la panacea per tutti i mali del Portogallo, ed i comunisti portoghesi lo hanno bene in chiaro. Ciononostante, attualmente la sfida centrale consiste nel riconquistare la sovranità monetaria, in nome dello sviluppo sovrano economico e sociale del Portogallo.