Quando Trump incontra la Lega

in Nord America/Opinione di

Ho appena terminato di leggere un interessante saggio, intitolato “Perché vince Trump. La rivolta degli elettori e il futuro dell’America” (Ed. Mimesis), scritto dal giornalista e analista statunitense Andrew Spannaus. Questa breve opera illustra e spiega le ragioni del successo nelle primarie dei candidati outsider, e cioè Bernie Sanders e Donald Trump. I risultati di quest’ultimo sono quelli che ricevono più spazio e considerazione nel saggio. 
Ho trovato questo lettura molto interessante, anche e soprattutto perché ho riscontrato tante similitudini tra la politica di Donald Trump e quella della nostrana Lega dei Ticinesi. Chiaro: non è una novità, in quanto stiamo pur sempre parlando di “populismi”. Si tratta, comunque, di un caso interessante dato che permette di comprendere meglio i meccanismi che si celano dietro ai successi dei movimenti populisti. 

In primo luogo, Donald Trump si è presentato fin dal primo momento come il candidato repubblicano anti-“establishment”. Costui cerca di presentarsi come politico slegato dagli interessi storici, economici e politici, propri del partito. A dimostrazione di ciò, Trump ha più volte evidenziato come la sua campagna fosse finanziata di tasca sua, a differenza degli altri candidati repubblicani, che ricevettero grosse somme di denaro dai potentati economici di turno. 
Pure la Lega nacque come movimento anti-“establishment”. Nel caso ticinese quest’ultimo è rappresentato dai partiti storici, dalla “partitocrazia” e dai posti nell’amministrazione pubblica dati per fedeltà politica. Non a caso, “Il Mattino della Domenica” attacca spesso l’esecutivo di turno, sia esso il Consiglio Federale, sia esso il Consiglio di Stato Ticinese, oppure il funzionario pubblico di turno.

In secondo luogo, sia Trump che la Lega utilizzano toni molto duri, incuranti del “politically correct”, seguiti anche da attacchi forti e decisi contro il “nemico” del momento. Per il candidato repubblicano, un giorno il nemico è rappresentato dai musulmani, il giorno dopo dagli immigrati clandestini, un’altra volta da un avversario politico, un’altra ancora dal capo dello Stato. Nulla di nuovo se pensiamo alle copertine e ai primi titoli del giornale dei leghisti nostrani. 
Inoltre, entrambi hanno sviluppato un amore per le “boutade”, per le sparate, per le proposte demagogiche. Emblematico è il tema del muro. Trump vuole erigere un muro enorme che divida gli Stati Uniti dal Messico, la Lega voleva un muro alla frontiera tra la Svizzera e l’Italia. 
E notabili non sono solo le “boutade”, ma anche le continuamente mutevoli posizioni. Sia il magnate americano che i leghisti nostrani, a parte per alcuni temi, non hanno dei programmi e delle posizioni non dico fisse, ma almeno stabili. La parola d’ordine è: tutto ed il contrario di tutto. Spesso Trump e i leghisti cambiano la propria opinione su un tema, in base al vento che soffia, incuranti del concetto di “coerenza”. 

In terzo luogo, il comportamento della stampa e del mondo politico locale nei confronti di questi due fenomeni è uguale, nonostante i tanti chilometri di distanza e l’Oceano Atlantico di mezzo. 
Quando si seppe che Donald Trump si sarebbe candidato coi repubblicani per il posto di Presidente degli Stati Uniti, i media americani non lo presero sul serio. “È tutta una pagliacciata!” “È solo un ennesimo dei suoi show!” Spannaus, nel suo saggio, racconta che addirittura la redazione dell’“Huffington Post” decise di non coprire le prime mosse della campagna del magnate newyorkese, perché non ritenute politica, bensì intrattenimento. 
Quando la Lega nacque, nessuna la prese sul serio. Si diceva che sarebbe stato un movimento  destinato a sparire in pochi anni, una pagliacciata. Bene, il risultato? Trump è diventato ufficialmente il candidato repubblicano per la presidenza, mentre la Lega è diventato il primo partito del Cantone.  In entrambi i casi, i media e l’”entourage” politico hanno erroneamente sottovalutato e minimizzato il fenomeno.

Ma non è accaduto solo questo. Un altro aspetto rilevato è che i media si sono impuntati, nella loro critica a questi due casi populistici, sulla questione dei toni utilizzati, sul“politically correct” non rispettato. Chi si ricorda di “Bel Ticino”? Chi si ricorda tutte le prese di posizione contro i titoli de “Il Mattino della Domenica”? Nessuno ritiene giusti i toni utilizzati da Trump e dalla Lega. Il punto è che questa lotta contro l’“imbarbarimento della politica”, in ultima istanza, non è che funzionale ai desideri del populismo. Trump e la Lega sono infatti abili a strumentalizzare a proprio favore le critiche riguardanti l’assenza di “bon ton”. Entrambi devono essere criticati sui contenuti, sulle mancanze, sulle incoerenze. Insomma, il populismo va combattuto principalmente nelle proposte e nelle politiche. Per fare ciò, bisogna andare oltre al tema dei toni e della comunicazione spiccia. Bisogna comprendere che dietro al successo dei movimenti populisti c’è del “malcontento”, c’è del “malessere”, che da questi viene strumentalizzato e utilizzato. È necessario andare alla radice dei problemi, comprenderli e dare una risposta alternativa alle proposte demagogiche. Altrimenti, “la rivolta degli elettori” continuerà a sostenere il populista di turno. 

In quarto luogo, da un punto di vista politologico, Trump e la Lega rappresentano il “cleavage” dei vincitori e perdenti della globalizzazione. Uno dei problemi più citati dal candidato repubblicano sono i posti di lavoro persi a causa delle delocalizzazioni e degli accordi tesi a liberalizzare gli scambi commerciali. Trump è contrario al TTP (l’accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti e undici paesi del Pacifico), propone di far tornare il lavoro negli Stati Uniti, e inoltre desidera il risorgere del protezionismo. 
La Lega, invece, ha come nemico principale gli accordi bilaterali tra la Svizzera e l’Unione Europea. In particolare i populisti nostrani sono i più acerrimi oppositori della libera circolazione delle persone. 
In generale, una delle forze dei movimenti populisti occidentali è il cavalcare l’onda dello scontento delle fasce più deboli della popolazione, che hanno perso il proprio lavoro e che hanno visto ridurre i propri redditi e le protezioni sociali. I “perdenti” della globalizzazione sono insomma il terreno più fertile per tutti questi movimenti. 

Sul tema del populismo va fatta un’analisi ancora più globale e approfondita, ciò è ovvio. Ma i punti da me affrontati possono offrire già una prima chiave di lettura per comprendere meglio questo fenomeno politico, e soprattutto per elaborare un’alternativa. L’élite economica e politica dovrebbe prendere in considerazione questi aspetti, ma soprattutto chiedersi il motivo del malcontento generale mostrato da grandi fette di elettorato. Un minimo di autocritica è richiesta, altrimenti vedremo i populisti vincere su ogni fronte. E ciò è molto peggio del tono da essi utilizzato.