Di fronte alla crisi in Belgio serve un fronte sociale

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Intervista con Peter Mertens, presidente del Partito del Lavoro del Belgio (PTB)

Tre mesi dopo le elezioni, non c’è ancora un governo e le trattative sono in stallo. Chi è responsabile di questa situazione? Oppure si tratta di una crisi di “sistema”?

Peter Mertens. Sì, possiamo parlare di una crisi di sistema. Due anni dopo l’inizio della crisi economica, il recupero non è in vista. Nonostante una contenuta ripresa in Europa grazie ai massicci investimenti statali, l’Unione europea nel suo complesso dovrà fronteggiare ancora severe privazioni. Il Belgio, ad esempio, dovrebbe risparmiare tra i 22 e i 25 miliardi a fronte di un numero record di persone in difficoltà coi pagamenti e di pensionati indigenti nonostante abbiano lavorato duro tutta la vita.

Lasciare il paese in una situazione di stallo in un momento simile e spaccare la popolazione in due gruppi avversi… sì, questa è quel che si dice una crisi di regime. Dopo novanta giorni, non abbiamo fatto un solo passo. E tutti sanno che nuove elezioni non porteranno a una soluzione, visto come l’opinione pubblica viene manipolata, esacerbando le posizioni.

Intende dire che in assenza di prospettiva di uscita dalla crisi, si incita al nazionalismo?

Peter Mertens. Divide et impera. Bart De Wever conosce fin troppo bene questo principio che cita in latino. Incoraggiare il nazionalismo in tempi di crisi costituisce una miscela esplosiva. Ne abbiamo visti gli esiti in passato. In realtà, si prepara un piano antisociale che viene presentato al nord come “ottimo per le Fiandre”. Come dice il politologo Sinardet Dave: “Chi si oppone è subito additato come un cattivo ‘fiammingo'”.

La reazione di molti dirigenti del Partito Socialista è stata di invocare la scissione del paese.

Peter Mertens. E’ triste che il PS abbia questa posizione. Una scissione implicherebbe l’esplosione della disoccupazione in Vallonia e a Bruxelles, i trasferimenti dovrebbero ridursi del 20% con gravi conseguenze per i pensionati, i malati… Invece di parlare di un Piano B francofono, un presunto stato Vallonia-Bruxelles, perché il PS non sostiene un fronte sociale al di là delle barriere linguistiche?

E’ sbagliato dire che la maggior parte dei parlanti in lingua olandese-fiamminga sono separatisti. Il nazionalismo è presente ma la questione non è all’ordine del giorno. Secondo numerosi studi, i tre quarti dei votanti fiamminghi si sentono ancora e soprattutto belgi più che fiamminghi.

Il problema è che la N-VA [Partito autonomista fiammingo] ha cavalcato una insoddisfazione per l’inefficienza dello Stato, avvertita anche da persone tutt’affatto separatiste. Sono quelli che vedono nella N-VA una forza integra, che osa sfidare i partiti avvezzi al potere come il CD&V [Partito cristiano democratico, conservatore] e l’Open VLD [liberali]. La maggior parte dei suoi elettori non sapeva che nelle Fiandre la N-VA vuole eliminare il prepensionamento, ridurre le indennità di disoccupazione e congelare i salari. Tuttavia, con le sue dichiarazioni, il PS porta acqua al mulino della N-VA.

Si dovrebbe far leva sui movimenti di opinione e sulle organizzazioni che difendono l’unità del paese, come i sindacati. A voler essere chiari, questo è ciò che De Wever [presidente di N-VA] teme di più: la formazione di un fronte sociale. Teme i sindacalisti di lingua olandese che si oppongono ai piani di Voka [unione padronale], gli atleti alla Kim Gevaert che firmano la petizione “Salviamo la solidarietà”, gli artisti come Clouseau, un gruppo fiammingo popolarissimo, che canta canzoni come “Vive la Belgique”.

Perché difendere l’unità del paese? Il PTB è l’ultimo partito nazionale. Questo ha ancora un valore?

Peter Mertens. La prima questione è chiarire quale futuro e quale tipo di Europa vogliamo. Se desideriamo una soluzione alla crisi economica, sociale ed ecologica, se vogliamo una Europa socialista, allora la scissione del nostro paese è la cosa peggiore che può accadere.

Oggi il nostro paese vanta una serie di successi importanti per una nuova società futura. Per esempio, la previdenza sociale. Si tratta di una conquista del movimento operaio nel suo insieme, del paese intero. In secondo luogo, il Belgio è un paese plurinazionale. Si tratta di un punto di forza in una futura Europa socialista che non può che essere multinazionale. E infine, c’è Bruxelles, una capitale unitaria, bilingue e multiculturale. Questi fattori sono i talloni di Achille dei separatisti. Sono furiosi alla prospettiva di un “fronte sociale” che difenda la previdenza sociale. E non hanno soluzioni per Bruxelles, tranne di “sezionarla chirurgicamente” secondo le stesse parole di De Wever. Beh, non possiamo tagliare chirurgicamente una città, a meno di non volere una guerra civile, naturalmente.

I negoziati sono falliti e, nonostante questo, Bart De Wever continua a segnare punti; a sua volta, il PS è per un regionalismo rafforzato… Quali forze possono spendersi per la “contro-offensiva”?

Peter Mertens. Indipendentemente dai rapporti di forza politici, dobbiamo porre a tutti queste semplici domande: sei favorevole a condizionare le cure mediche allo spessore del tuo portafoglio o alla lingua che parli? Sei favorevole a una flessibilità totale che implica lavorare 70 ore una settimana e 20 la successiva? Siete pronti ad assicurare i denti dei vostri figli, altrimenti non potrete pagare le cure dentistiche?

A tutte queste domande, i lavoratori dipendenti – il 75% della popolazione – risponderanno assolutamente no. Tanto a Bruxelles quanto ad Arlon e Turnhout. Vogliono una sicurezza sociale dignitosa e un lavoro dignitoso, una istruzione di qualità per i loro bambini … O lavoriamo insieme su un fronte sociale ampio o divideremo il paese con l’insorgere di nuove povertà valloni, fiamminghe e brussellesi. Sono anche convinto che nel nostro paese c’è una maggioranza silenziosa del tutto contraria alla spaccatura del paese in due o tre parti. Si tratta di dare voce a questa maggioranza silenziosa.

Dicono che le privazioni che incontreremo saranno le peggiori nella storia del paese. 25 miliardi di € o 1.000 miliardi di franchi belgi, uno sproposito, anzi…

Peter Mertens. Anche su questo fronte, la guerra per piegare l’opinione pubblica è cominciata. Marc De Vos d’Itinera, istituto di ricerca ultra-liberale che sforna notizie in continuazione, per voce dei sui “esperti” economici, ha scritto la settimana scorsa: “Aspettatevi litanie del tipo che il cittadino medio è colpito da una crisi di cui non è colpevole, che non deve pagarne le conseguenze. Si tratta di uno slogan. La verità è che la crisi è la nostra eredità collettiva”. Ecco: fine della responsabilità dei banchieri e dei capitalisti. Dimenticate che i contribuenti hanno sborsato 25 miliardi di euro per le banche. Non pensate ai politici che hanno svenduto i beni pubblici ai privati. No, è “tutta colpa nostra”. Di conseguenza: “Noi tutti dobbiamo pagare. Tutto”; sia ben chiaro: per banche e milionari il contributo simbolico di un euro, a voi i restanti 24 miliardi.

Oggi, questa lotta è in corso in tutta l’Unione europea. Il Parlamento europeo ha approvato la sua strategia “Europa 2020”. Un flessibilità totale del mercato del lavoro, la prosecuzione della privatizzazione dei servizi pubblici e lo smantellamento del sistema previdenziale. Questo è l’ordine del giorno. Inoltre è previsto di sostituire il sistema di sicurezza sociale con il contrasto alla povertà. Ma sono due cose completamente differenti, a meno di trasformare le pensioni o l’assistenza sanitaria in una forma di carità. Il fronte sociale non è importante solo per il nostro paese. Ma per tutta l’Europa. Questo fronte sarà visibile il 29 settembre a Bruxelles alla manifestazione europea dei sindacati. Il PTB parteciperà alla protesta con il messaggio “Uniti per farla pagare ai milionari”. Questa unità è l’unità dei lavoratori nel nostro paese. Ma anche l’unità dei lavoratori in tutta Europa.

Che altro conta di fare il PTB per difendere l’unità del paese?

Peter Mertens. Vogliamo innanzitutto organizzare incontri pubblici in tutto il paese sul tema della riforma dello Stato e la difesa della sicurezza sociale. Noi crediamo che via sia soprattutto una necessità di informazione contro la disinformazione che ci inonda, soprattutto quella dei media. Abbiamo preparato un ottimo opuscolo su questo tema, che sarà presentato in anteprima allaManiFiesta del 25 settembre. Poi vogliamo lavorare allo sviluppo di importanti iniziative per l’unità. Con un programma sociale. L’unità per garantire che i lavoratori non paghino doppiamente la crisi. L’unità per farla pagare ai milionari. Un tema oggetto anche della nostra campagna sulla tassa dei milionari, l’imposta sul patrimonio sostenuta anche dal congresso della FGTB [Sindacato socialista del Belgio] e della LBC (sezione fiamminga della CNE).

Il PTB vuole un Belgio socialista, in una Europa socialista. È realistico? Anche Fidel Castro ha avanzato dei dubbi…

Peter Mertens. A Cuba, le riforme sono in corso e non sono facili. Per salvarne l’economia occorrono importanti concessioni. Ma il modello socialista in sé stesso, la tensione verso una società socialista senza sfruttamento, la solidarietà internazionale, la partecipazione organizzata nei consigli di quartiere, la tutela dei diritti fondamentali come il diritto all’assistenza sanitaria, alla cultura, a un’istruzione di qualità ad un invecchiamento dignitoso, immune dalla povertà… non sono in discussione. Ed è una buona cosa. Naturalmente, la stampa influente non ne fa cenno, preferisce isolare la battuta di un discorso per lasciare intendere che il socialismo debba essere abbandonato.

E’ il capitalismo il problema. Negli ultimi anni, per salvaguardare la brama delle grandi banche, hanno bruciato nel mondo milioni di posti di lavoro. Persone private da un giorno all’altro dei mezzi di sostentamento. Ogni tre secondi un bambino muore di fame, due miliardi di persone non godono della sufficienza alimentare … La crisi capitalistica acuisce le disuguaglianze. Oltre alla crisi sociale vi è anche la questione ambientale, che, al vertice di Copenaghen non ha visto l’ombra di una soluzione. Perché nessuno vuole intaccare il principio del massimo profitto. E infine, c’è la guerra. Gli Stati Uniti hanno ritirato le truppe dall’Iraq, ma hanno lasciato più di 100.000 mercenari mentre non uno dei problemi del paese è stato risolto. I bombardamenti hanno precipitato il paese nel medioevo, la ricchezza locale è stata trasferita agli Stati Uniti e le aziende private statunitensi si dividono la torta con i progetti di ricostruzione. Lasciamo pure l’Iraq alla sua guerra civile. Ma anche in Afghanistan, gli statunitensi sono sempre più impantanati in una palude. E’ incredibile che il Ministro De Crem [ministro della difesa belga] abbia avuto il coraggio di minimizzare la situazione, parlando di “scaramucce”. Per non parlare delle minacce di guerra contro l’Iran…

Su tutti i fronti – sociale, economico, democratico, militare, ecologico… – il mondo è in regresso in questo scorcio di XXI secolo. È sensato? Gli ideologi del sistema sono del tutto incapaci di offrire alternative. La verità è che se l’umanità vuole sopravvivere su questo piccolo pianeta, ha tutto l’interesse ad essere solidale. Dovrà scegliere un sistema sociale ed ecologico basato su una pianificazione partecipata e razionale, senza sfruttamento, senza saccheggio delle risorse naturali, senza l’egoista appropriazione dei processi di produzione. Dovrà scegliere il socialismo.

Intervista a cura di: Gaston Van Dyck (PTB)

(Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org)

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