“Il PSS delude: necessario sviluppare un’alternativa alla sua sinistra!”

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Nel maggio 2010 sul primo numero della rivista “Prospettive Socialiste” di Franco Cavalli veniva ospitato un articolo del segretario del Partito Comunista ticinese Massimiliano Ay, nel quale egli contestava da sinistra la bozza del programma politico del Partito Socialista Svizzero (PSS). Dopo una lunga discussione e la protesta di alcune sezioni unitamente al movimento giovanile, il PSS ha adottato la nuova carta programmatica includendo alcune delle rivendicazioni dell’ala sinistra, fra le quali un richiamo all’internazionalismo e al pacifismo e alla volontà di superare il sistema economico e sociale capitalistico. E’ forse tutto ciò identificabile come uno spostamento a sinistra del PSS e dunque un’apertura al dialogo con le forze anti-capitaliste? Sinistra.ch ha sentito il segretario dei Comunisti ticinesi per sentire la sua reazione di fronte a queste modifiche adottate dal Congresso socialdemocratico.

Iniziamo con l’esercito: il Congresso del PS ha accolto la proposta della sezione sangallese di inserire nel programma l’abolizione dell’esercito svizzero. Cade quindi una delle tue critiche alla bozza dello scorso mese di maggio.

Il Partito Socialista chiede l’abolizione dell’esercito? Mi fa piacere! Il Partito Svizzero del Lavoro (di cui il Partito Comunista è sezione ticinese) lo dice dal 1991, ma come si suol dire: meglio tardi che mai! Mi si permetta però di dubitare che il PS si impegnerà effettivamente in questo senso: non credo infatti che la deputazione socialista alle camere sia rappresentativa dei delegati al Congresso! Inoltre trovo discutibile che i socialisti parlino di una forza internazionale di mantenimento della pace integrata all’ONU: sappiamo tutti che l’ONU purtroppo non è super partes ma succube delle potenze occidentali e guerrafondaie!

Il PS ha voluto sottolineare il suo impegno pacifista e internazionalista. Come lo valuti?

Parliamoci chiaro: ognuno di noi può definirsi come meglio crede, ma in fin dei conti a contare poi sono i fatti concreti. Come possiamo parlare di internazionalismo e di pacifismo se, ad esempio, dei dirigenti nazionali della Gioventù Socialista hanno avuto di recente delle relazioni con l’Unione Patriottica del Kurdistan, un partito di destra che ha aiutato le truppe nordamericane a invadere l’Irak compiendo massacri indicibili e che oggi è al governo dopo delle elezioni farsa tenutesi sotto occupazione militare? E come possiamo parlare di internazionalismo e pacifismo se il PS sostiene il presunto “aiuto umanitario” sotto copertura dei caschi blu, che guarda caso intervengono dove il mondo occidentale ha difficoltà a mantenere la sua egemonia? Io l’internazionalismo lo ritengo un principio sacrosanto, ma non ci sto a confonderlo né con il vago “cosmopolitismo” né, tantomeno, con l’imperialismo nascosto dalla retorica del “peace keeping”! Chiediamoci se il PS “internazionalista” si è forse mosso per condannare il tentativo di golpe ai danni del vero socialista Rafael Correa in Ecuador? E cosa sta facendo il PS “internazionalista” per sostenere attivamente l’indipendenza del Venezuela del vero socialista Hugo Chavez e la Cuba del vero socialista Raul Castro?

La rivendicazione di maggiore democrazia economica viene mantenuta, così come la volontà di superare il capitalismo. Il PS è così uno dei partiti più a sinistra nel panorama socialdemocratico europeo, il quale ha invece accettato in toto il capitalismo.

Uno dei motivi per cui sempre più persone si allontanano dalla politica è perché fra destra e sinistra le differenze si notano sempre meno nei fatti e troppe volte si usano parole vuote che la popolazione sente lontane. Ecco, a me pare che tutta questa discussione, si un mero esercizietto retorico. Se all’inizio del ‘900 il PSS aveva nel suo programma la volontà di costruire la società “comunista” attraverso la “lotta di classe” (!), nel programma del 1982 in vigore fino all’altro ieri il tutto si riduceva a una vaga prospettiva di superamento del capitalismo (che cosa vuol dire?). Oggi è stato introdotto pure il concetto di “democrazia economica”, termine carino ma fuorviante, perché lascia sperare che il capitalismo – che può concepire la democrazia formale nella società, ma che non può permettere la democrazia in fabbrica! – possa riformarsi a tal punto da trasformarsi nel suo opposto (cioè nel “socialismo democratico”). E’ da un secolo che questo povero riformismo continua a riciclarsi, ma quello che abbiamo ottenuto è, ad esempio, che la Svizzera ha forse i peggiori diritti sindacali d’Europa, nonostante fino a pochi anni fa il PSS fosse il primo partito nazionale!

Ma nel documento adesso non si parla più solo di “democrazia economica” ma proprio di “superamento del capitalismo”. Non credi sia un passo avanti che impegna i vertici del PS a maggiore coerenza con la lotta per il socialismo?

E perché mai dovrebbe impegnarli? L’ho già detto: il “superamento del capitalismo” c’è da sempre nel programma del PSS, non è una novità! Prima dell’estate, infatti, i media hanno fatto un gran baccano sostenendo che il concetto del “superamento del capitalismo” sarebbe stato tolto, ma non è vero: anche nella bozza di Hans-Jürg Fehr il concetto era espresso, solo che – onestamente – Fehr l’aveva lasciato un po’ in disparte. Dico onestamente, perché fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e Fehr forse l’ha capito: me lo dite voi come si fa a parlare di superamento del capitalismo quando la neo-eletta e tanto osannata consigliera federale “socialista” Simonetta Sommaruga è stata una delle fautrici della privatizzazione delle PTT una decina d’anni fa? Come si fa a parlare di superamento del capitalismo se il PS ha difeso – si veda il comunicato stampa della Direzione del PSS del 7 aprile 2000 – i licenziamenti di diverse centinaia di padri di famiglia in “esubero” nella nuova Posta aziendalista voluta da Leuenberger? Anche il PSS ha accettato in toto il capitalismo, come lo hanno fatto la SPD tedesca, il PS francese, il Labour inglese o i rimasugli dei socialisti italiani; ma nel PS svizzero evidentemente, a parole, non lo si vuole ammettere e di tanto in tanto permettono – per folklore più che per reale capacità di incidere negli equilibri – agli intellettuali dell’ala sinistra come Jean Ziegler di esprimersi.

Appunto il PS non è univoco, ci sono varie anime al suo interno…

Certo, a sinistra è da decenni che ci si vuole auto-convincere di questo! E’ evidente che le anime critiche nel PSS ci sono, ma queste esistono ovunque! Quello che conta in politica non è la semplice presenza, ma è la capacità di egemonia culturale, di incisività e di agibilità, ma questa facoltà l’ala sinistra della socialdemocrazia a me non pare sia in grado di esercitarla: chi comanda sono gli altri e la situazione appare ormai cementificata! I compagni di “Prospettive Socialiste” sono stati sconfitti al Congresso del PS ticinese dello scorso aprile; la corrente trotzkista di ispirazione “grantista” della “Funke” fa entrismo strategico praticamente solo fra i giovani socialisti della zona di Winterthur e i sindacalisti trotzkisti di ispirazione “lambertista” dei Circoli Operai di Ginevra che operano all’interno del PS contano quasi niente.

Ti provoco: durante l’ultimo Congresso del Partito Comunista hai detto che un marxista non è un eremita ideologico, al contrario sta all’interno delle contraddizioni della società. Il PS è contraddittorio, i comunisti potrebbero lavorare al suo interno per rafforzarne l’ala sinistra?

Non ho cambiato idea, ma in quel Congresso avevo precisato che “fare politica significa stare all’interno delle contraddizioni del sistema sociale, se queste sono contraddizioni reali, lavorando sulle quali sono visibili possibili scenari di cambiamento, di trasformazione e di rivoluzione”. Un marxista, quindi, può stare nelle contraddizioni di un’organizzazione di massa, ad esempio i sindacati socialisti, se in essa esistono dei margini di agibilità politica: perché naturalmente non è mio obiettivo quello di lavorare per portare acqua al mulino dei dirigenti social-liberali che già stanno sfruttando tanti militanti di base in buona fede! Un marxista lavora all’interno di un’organizzazione di massa anzitutto se essa è operaia (cosa che il PS non è più) e se, appunto, esistono dei margini di manovra per spingere verso la lotta sociale, ma il PS è legato a filo doppio con il consociativismo politico ed economico svizzero, sta addirittura in governo con l’estrema destra, ha suoi personaggi chiave nei consigli d’amministrazione del capitalismo elvetico, ecc. E’ davvero pronto a rinunciare a tutto questo per favorire la lotta sociale? Ne dubito…

La soluzione a tuo giudizio, quindi, qual è?

In Francia la soluzione è stata una scissione nel PS che ha portato alla nascita del Parti de Gauche che si è unito con il Partito Comunista Francese. In Italia nella socialdemocrazia si è pure avuto una scissione che ha portato Sinistra Democratica a unirsi a parte di Rifondazione Comunista. In Germania Oskar Lafontaine ha fatto una scissione nella SPD, ha creato il suo partito che poi è si è unito con i post-comunisti della ex-DDR e oggi sono riuniti nella LINKE. In Svizzera non si è ancora sviluppata nessuna scissione nella socialdemocrazia, a dimostrazione anche del fatto che le correnti di sinistra nel PSS si accontentano di una critica dialettica e non effettiva alla Direzione. A mio modo di vedere fare scissioni non è assolutamente utile, perché in Svizzera esiste già un partito nazionale storico alla sinistra del PSS: esso dispone di circa 1000 militanti attivi, una grande esperienza politica e un bacino elettorale che non va sottovalutato, si chiama Partito Svizzero del Lavoro e da 65 anni riunisce in un’unica organizzazione i comunisti e i socialisti di sinistra (che storicamente aderivano alla vecchia FSS di Léon Nicole). Insomma non c’è bisogno di costruire nuove strutture: va piuttosto rafforzato questo Partito che già dispone di una sua legittimità, in cui vige un forte dibattito politico interno proprio in questi mesi, e che in Ticino soprattutto riesce a sviluppare un movimento giovanile molto propositivo.