Il “Mein Kampf” nelle edicole è solo marketing? Intervista a Stefano Azzarà

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L’11 giugno “Il Giornale” è apparso nelle edicole con allegato il celeberrimo Mein Kampf hitleriano. Le discussioni – come c’era d’aspettarselo – sono immediatamente montate, e molti si sono detti scandalizzati. Sinistra.ch ne parla con Stefano Azzarà, ricercatore di Storia della Filosofia presso l’Università di Urbino. Concentrando il suo lavoro sul confronto tra le grandi tradizioni filosofico-politiche dell’età contemporanea, lo studioso italiano – di orientamento hegelo-marxista – si anche è occupato del filone di pensiero conservatore: ha lavorato, per esempio, su alcuni saggi di Arthur Moeller van den Bruck – autore pressoché sconosciuto in Italia –, come anche su Friedrich Nietzsche e su Martin Heidegger.

Stefano Azzarà è ricercatore di Storia della Filosofia all'Università di Urbino.
Stefano Azzarà è ricercatore di Storia della Filosofia all’Università di Urbino.

1. Alessandro Sallusti, direttore del “Giornale”, ha giustificato questa scelta editoriale sostenendo che non bisogna «aver paura di storicizzare» e che, in quest’ottica, il Mein Kampf va letto al fine di comprendere il nazismo. Crede alla sincerità di queste intenzioni? Oppure è un’operazione di marketing?

La seconda che ha detto, con qualche elemento della prima. Per quello che capisco, si tratta prevalentemente di una questione di marketing. Tuttavia questo non basta: c’è da chiedersi perché il Giornale pensi di realizzare questa operazione proprio con questo libro. C’è perciò anche un aspetto culturale, oltre che economico. Un aspetto che si spiega con la rilettura revisionistica della storia del Novecento alla quale già da molti decenni il Giornale cerca di “educare” il proprio pubblico, in particolare attraverso la divulgazione delle tesi di Renzo De Felice affidata a Francesco Perfetti.
De Felice ridimensionava l’esperienza del fascismo italiano, sottolineando il consenso di massa di cui godeva oppure amplificando la relativa mitezza di un regime che mandava i suoi oppositori “in vacanza alle isole”. Se escludiamo le leggi razziali antiebraiche e la guerra, dovute alla sudditanza nei confronti di Hitler, il fascismo esce da questa rilettura simpatetica come un regime autoritario ma tutto sommato bonario. Un regime che – come negli auspici degli autentici liberali – aveva posto fine al caos creato dai perfidi rossi, aveva bonificato le paludi e fatto viaggiare in orario i treni. De Felice lo distingueva perciò dal nazismo, che veniva invece assimilato al comunismo nella categoria di “totalitarismo”: in quanto entrambi regimi totalitari, nazismo e comunismo sono il male assoluto ma sono in sostanza la stessa cosa, perché si contrappongono alla democrazia liberale considerata come la normalità. Cosa vogliono contestare perciò quelli di sinistra al fascismo, proprio loro che hanno per anni appoggiato uno Stato e un’ideologia totalitaria che rispetto al fascismo era molto più pericolosa?
Con questo ragionamento, che pure è completamente sbagliato, vengono coperti tutti gli interessi culturali del pubblico del Giornale. Si viene incontro al nostalgismo di chi ha simpatie per gli uomini d’ordine, rimuovendo completamente gli orrori al gas nervino della guerra coloniale fascista in Africa ancor prima che nei Balcani. Ma si viene incontro anche al senso di superiorità della civiltà occidentale liberale trionfante. In questo modo il Giornale pensa oltretutto di contrastare una fantomatica egemonia culturale marxista, o di sinistra, che è un fantasma ricorrente degli intellettuali di destra italiani, che covano da sempre una sindrome di inferiorità, ma che da noi non è mai esistita.

2. Il Mein Kampf schiude spiragli significativi circa la comprensione del fenomeno nazista? La storiografia ha sottovalutato le potenzialità di questo scritto, oppure siamo di fronte a un’opera marginale? Sussistono, per esempio, nessi con l’orizzonte intellettuale attinente alla cosiddetta Rivoluzione Conservatrice?

Il Mein Kampf è ovviamente un testo fondamentale per studiare il nazismo. In particolare, emerge dalla sua lettura – che da questo punto di vista potrebbe essere controproducente rispetto agli intenti ideologici del Giornale – l’individuazione del bolscevismo come nemico principale dei nazisti e la conseguente identificazione degli ebrei come burattinai o interpreti della sovversione comunista, rispetto alla quale i nazisti si presentano come difensori della civiltà europea e occidentale. Così come da quel testo emerge l’ossessione della conquista dello spazio vitale ad Est, ai danni della Russia, che smentisce a monte tutte le elucubrazioni della storiografia liberale e della teoria del totalitarismo a proposito del “patto tra dittatori” siglato con l’accordo Molotov-Ribbentrop. La teoria del totalitarismo ne esce a pezzi. Tuttavia si tratta del testo di un autodidatta di cattive letture, il quale pur avendo notevoli doti politiche non era troppo attrezzato concettualmente, né molto preparato sul piano culturale. Sotto questo aspetto, la differenza con i circoli intellettuali della Rivoluzione conservatrice tedesca, che riuniva fior di intelligenze, è assai marcato.
Sia il nazismo che la Rivoluzione conservatrice tuttavia nascono sullo stesso terreno, che è quello dell’ideologia della guerra elaborata dagli Imperi Centrali durante la Prima guerra mondiale. Un’ideologia che si inasprisce poi nella Germania che, perduta la guerra, era stata ridotta a colonia delle potenze occidentali. In questo senso, la lezione della storia – una lezione che l’Occidente sembra non aver assimilato – ci dice che non bisogna mai umiliare un popolo né metterlo nelle condizioni di non avere via di scampo.

3. C’è chi ha sostenuto come un testo del genere, nelle mani di un lettore non avente a disposizione gli strumenti culturali per recepirne in modo adeguato i contenuti, sia pericoloso. Sono timori ragionevoli? Come si deve porre la storiografia progressista di fronte a questioni similari?

Intanto, dubito che le copie ritirate in omaggio in edicola verranno effettivamente lette. Inoltre, nonostante certe apparenze non mi sembra che oggi ci sia il pericolo di un revival del fascismo, se con questo nome intendiamo un fenomeno storico preciso e non un vago riferimento a uno stile autoritario incline all’uso della forza. Il fascismo fu un fenomeno di controrivoluzione interna e di controrivoluzione internazionale. Ma oggi non c’è nessuna rivoluzione alla quale sia necessario contrapporre una controrivoluzione. Le classi dominanti hanno saldamente il potere nelle loro mani e affrontano la crisi di delegittimazione dalla quale sono investite attraverso strumenti di delega tecnocratica e soprattutto attraverso sofisticati apparati di distrazione di massa. Anche sul piano della politica estera, siamo nel pieno di un’offensiva occidentale neocoloniale nei confronti del resto del mondo. C’è in effetti un problema enorme dovuto alle reazioni xenofobe, soprattutto antiarabe, innescate dai flussi migratori che si dispiegano in una fase di impoverimento di massa. Queste reazioni tendono in certi casi ad assumere un linguaggio fascistoide ma sono una cosa diversa rispetto alle dinamiche degli anni Venti e Trenta. D’altro canto, se le classi dirigenti sono davvero così preoccupate dal fascismo di ritorno, perché hanno legittimato il golpe antirusso in Ucraina, dove sono al potere anche forze che proprio al fascismo si ispirano esplicitamente? Mi pare che si tratti di un argomento strumentale.
Purtroppo la storiografia progressista è l’ultima che possa dire qualcosa. Questa storiografia infatti è quella che ha legittimato tutte le guerre che l’Occidente ha fatto negli ultimi 30 anni. E lo ha fatto proprio in nome della esportazione della democrazia e della lotta contro fantomatici Nuovi Hitler, da Saddam a Milosevic ad Assad, riducendo l’antifascismo a barzelletta. E’ molto meglio dunque che questa storiografia taccia.

4. Il Senato italiano ha recentemente varato – sulla scia di iniziative analoghe avutesi in altre nazioni – una legge concernente la persecuzione del negazionismo. La censura delle idee è, in determinati casi, giustificabile, oppure va sostenuta – nell’interesse stesso dello statuto scientifico del sapere – un’integrale libertà di ricerca? Con la prima possibilità, si profilerebbe un uso politico della storia?
 
Ecco, questo mi sembra un problema assai più rilevante rispetto al Mein Kampf. Mentre non esiste il pericolo di un ritorno del nazifascismo ma c’è semmai un uso strumentale e selettivo di forze fascistoidi per interessi economici precisi, oggi che i sistemi politici in Occidente vivono una fortissima delegittimazione è assai concreto invece il rischio che qualcuno voglia approfittare di una sorta di stato d’eccezione permanente. La creazione cioè di un continuo stato di emergenza dovuta al “terrorismo” – un terrorismo che sappiamo essere stato ideato e sostenuto economicamente dall’Occidente – per irreggimentare l’opinione pubblica interna limitando la libertà d’opinione e di espressione. Chi decide cosa è negazionismo e cosa non lo è? Esiste una verità storica di Stato, per la quale è reato ad esempio negare l’ebreicidio ma è legittimo negare il genocidio delle nazioni indiane da parte dei coloni americani? E forse è assimilabile al negazionismo anche la denuncia della sopraffazione di cui oggi soffre il popolo palestinese, al quale è negato ogni riconoscimento?
A prescindere dalle considerazioni politiche, però, mi associo alle posizioni di chi come Anna Foa ha sostenuto le ragioni della libertà di ricerca contro chi, come Guido Crainz, della ricerca sembra voler fare uno strumento di governo.

(Intervista a cura di Aris Della Fontana)

Aris Della Fontana, di formazione storico, è direttore della rivista marxista #PoliticaNuova. E' stato coordinatore della Gioventù Comunista della Svizzera Italiana e dal 2012 è consigliere comunale a Pollegio (TI).