Festival del film, un bilancio

in Eventi ricreativi, culturali e artistici/Speciale Pardo 2015 di

Alla fine, nonostante la vittoria del coreano Ora sì, non prima di Hong Sangsoo, il Premio speciale della giuria è andato a Tikkun, il film dell’israeliano Avishai Sivan, sostenuto dalla Fondazione Rabinovich e dall’Israel Film Fund. Il fatto è assolutamente spiacevole, in quanto queste due istituzioni pretendono dai cineasti che vogliano accedere ai fondi, una dichiarazione preventiva di israelianità. Tutto ha avuto inizio dopo che la scorsa estate la regista araba Suha Arraf, della minoranza palestinese in Israele e quindi cittadina con passaporto israeliano, ha presentato a Venezia il film Villa Touma dichiarandolo palestinese. A quel punto le due istituzioni hanno preteso la restituzione del parziale finanziamento che ha ottenuto, di 350mila franchi. Ora a tutti i destinatari dei fondi è richiesto di firmare una dichiarazione preventiva in cui accettano di definire il film come “israeliano”, una abnorme violazione dei diritti umani e una feroce violenza contro le donne e gli uomini di cultura araba ma formalmente cittadini di Israele. Sinistra.ch ha già pubblicato un’opinione sui rapporti tra Festival del film e Israele che potete trovare qui : leggi.

Con maggiore interesse abbiamo seguito i premi assegnati dalla critica indipendente e dall’ISPEC – Istituto di Storia e Filosofia del Pensiero Contemporaneo di Locarno, diretto da Davide Rossi. Il premio Boccalino per il miglior film è andato a Lampedusa in inverno dell’austriaco Jakob Brossmann, che racconta con emozione la vita quotidiana e le mille difficoltà degli abitanti dell’isola, mentre il premio per la miglior regia agli autori colombiani Angela Osorio Rojas, Santiago Lozano Alvarez per Siembra, evocativo film in bianco e nero girato tra i desplazados di Calì (leggi la recensione). La seconda edizione del premio ISPEC Cinema ha visto trionfare invece Primavera tunisina di Raja Amari, film selezionato in “Open Doors” e ritirato per protesta contro la presenza israeliana quale ospite del Festival, il film è capace di raccontare, attraverso la storia di alcuni ragazzi, le sofferenze e le speranze dei giovani tunisini poco prima della cacciata del dittatore filo – occidentale Ben Ali.

In chiusura di cerimonia è stato annunciata la consegna dei premi ISPEC Cinema e ISPEC Cultura per il 2016 che avverrà, come quest’anno, l’ultimo giorno del Festival : sabato 13 agosto 2016, in concomitanza con il novantesimo compleanno di Fidel Castro, al quale sarà consacrata la conferenza che precede la consegna dei premi. Quest’anno in coincidenza con il 70° della fine della guerra in Asia, è stata dedicata alla lotta per la pace e per il socialismo della Cina e della Corea Popolare. Agli interventi del direttore dell’ISPEC Davide Rossi, di Christian Pivetta, Direttore del Centro di studio del Pensiero Juché di Milano, e di Massimilano Ay, segretario del Partito Comunista, è seguito un dibattito tra relatori e pubblico focalizzato sui risvolti attuali della configurazione postbellica nella definizione del nuovo assetto mondiale multipolare : presenti in sala a discutere, tra gli altri, il direttore di #PoliticaNuova Aris Della Fontana, il radicale Arnaldo Alberti così come il consigliere comunale locarnese Nicolas Fransioli.

In conclusione sembra doveroso tornare su alcune altre pellicole che hanno smosso le reazioni dei nostri corrispondenti presenti nelle sale.

Decisamente deludente Grozny Blues dello svizzero Nicola Bellucci, il quale nell’indagare i dolori della Cecenia perde di vista i poderosi cambiamenti avvenuti in questi anni, nei quali la piena libertà religiosa per i musulmani – in centro campeggia una poderosa moschea – la larga autonomia amministrativa e politica e l’enorme sforzo di ricostruzione dopo la guerra, sono il risultato del pieno ristabilimento delle relazioni con Mosca di cui la Cecenia ha dichiarato di far parte con un consenso politico considerevole per l’attuale presidente Ramzan Kadirov, il quale esprime la stessa preoccupazione del presidente Putin per il pericoloso dilagare dell’integralismo estremista.

Non convince nemmeno Fratello Dejan, che attira a sé le critiche di entrambi i fronti associando a una realizzazione pessima una narrazione complice secondo gli uni di portare eccessiva empatia verso il protagonista, presentato come un criminale di guerra latitante, secondo gli altri di prendere strumentalmente posizione contro Serbia e Russia.

Quantomeno la scelta delle pellicole in Piazza ha dato i segni di una volontà di rilancio affiancando alle solite commedie hollywoodiane qualche film un po’ più ricercato e frizzante, ancora accompagnato da qualche scivolone in nome della grandeur quando il pubblico-plebe accorso al FEVI per la proiezione di Me & Earl & the dying girl si è ritrovato tutte le scalinate “riservate” per venir poi in malo modo ricacciato fino alle poche file immediatamente sottostanti allo schermo.

Insomma, questa sessantottesima edizione del Festival ha comprovato la ormai rodata stabilità della macchina-festival, tra alti e bassi è significativo ricordare come a detta di alcuni il suo principale punto di pregio siano stati gli incontri con le figure chiave delle pellicole presentate, come il tecnico Walter Murch o i registi Michael Cimino e Marco Bellocchio (sui film di Bellocchio presentati a Locarno quest’anno, leggi la recensione).