Cina e Corea Popolare “graziate” al Festival

in Cultura+Eventi/Speciale Pardo 2014 di

Dopo la proiezione dell’apprezzatissimo Durak, di cui abbiamo riferito qui, due titoli hanno suscitato il nostro interesse per i soggetti trattati : Sud eau nord déplacer e Songs from the north. Il taglio politico che ci aspettavamo, rafforzato da pellicole presentate con infelice tempismo quale Dancing Arabs che sdogana Israele e le sue politiche in un quadro narrativo dalle ambizioni pericolosamente “equidistanti”, è stato però piacevolmente disatteso, o perlomeno significativamente perturbato in entrambi i casi.

Sud eau nord déplacer, opera al limite dello strumentale che attraverso riprese documentaristiche dei lavori di costruzione di una diga si prefigge l’obiettivo implicito, che peraltro fallisce, di denigrare l’operato del governo cinese, tradisce in realtà l’immagine di un paese che cerca di avanzare affrontando i limiti e le contraddizioni entro il contesto nazionale e nell’attuale assetto globale. Un forte senso civico traspare dalle opinioni raccolte presso i cittadini cinesi, critiche costruttive consapevolmente volte all’avanzamento del benessere collettivo nel percorso di costruzione del socialismo.

Songs from the North è un ritratto lucido, pulito, a tratti forse un po’ troppo ricamato ma ammirabilmente coerente della Repubblica Popolare Democratica di Corea dal punto di vista di una regista capace di enfatizzare un sentimento diffuso nell’insieme della penisola coreana che lascia ben sperare per una sua futura riunificazione e la giusta ritirata della (pre-)potenza imperialista a stelle e strisce dal suolo del Sud. Lo sforzo mistificatorio di sistematica falsificazione della realtà praticato con tanto fervore in occidente quando si affronta la questione coreana è brillantemente smascherato dalle risate dei bambini, dai canti delle donne, dai sorrisi degli uomini catturati con dettaglio curato ma mai invadente dalla camera di Soon-Mi Yoo.

Queste pellicole aprono spiragli interessanti per un futuro Festival dal maggior coraggio politico, oltre a quanto già promosso con regolarità sulla questione africana e dell’Apartheid, anche rispetto ad altre realtà antimperialiste o non schierate.

Amos Speranza