Il razzismo nelle piccole istituzioni

in Editoriali/Opinione di

Nella mia esperienza di consigliere comunale ho potuto trattare direttamente il tema delle naturalizzazioni.

Dopo che la richiesta del naturalizzando è stata inoltrata dalle autorità cantonali (che già l’hanno visionata e dato il loro benestare) al Municipio, quest’ultimo esprime un suo parere al riguardo e lo trasmette alla Commissione delle Petizioni. La Commissione esamina nuovamente il caso e si esprime a sua volta stilando un rapporto e riportandolo in Consiglio Comunale, dove avviene l’eventuale discussione e la votazione della naturalizzazione. In caso la commissione non avesse un pensiero unanime, il/i membro/i contrari alla decisione possono stilare un rapporto di minoranza che verrà anch’esso presentato in Consiglio comunale.

Non sempre però tutto fila liscio in questo processo, che sfocia al voto durante la seduta del Consiglio comunale. Ho purtroppo già assistito a delle “non entrata in materia” riguardo una naturalizzazione perché la Commissione Petizioni chiedeva tempo per raccolta di nuovo materiale, per chiarire alcuni aspetti dei trascorsi del richiedente. Ho pure sentito parlare di convocazioni che assomigliavano più a delle specie di interrogatori.

Nella maggior parte dei casi le complicazioni venivano ricercate anche laddove i fatti non persistevano oppure erano già da anni cancellati dal Casellario giudiziale e quindi quest’ultimo risultava pulito. Di solito si tratta di ipotetiche risse o una multa di cui si vuole sapere il perché e il per come, sfiorando l’abuso di potere.

Ma come mai di queste cose la Commissione delle petizioni è informata? Sembra che le autorità cantonali di polizia abbiano come “tradizione” quella di scrivere in un documento (che fa parte dell’incarto di naturalizzazione), tutti i fatti riguardanti il naturalizzando, anche quelli ormai stralciati dal casellario giudiziale. Il fatto grave è che questo non è richiesto dalla procedura federale di naturalizzazione!..ma lasciamo stare quello che sembra e torniamo ai fatti.

Trovo che è pericolosamente ridicolo discutere ore se e come accordare la cittadinanza svizzera a chi ne fa richiesta, soprattutto pensando al fatto che questa domanda di naturalizzazione è già stata visionata a livello cantonale e il comune la riceve come accettabile. L’impressione è che qualche consigliere comunale investito di questa carica pensi di poter automaticamente disporre del futuro delle persone, perché di questo si tratta. Non dimentichiamo che chi fa richiesta di naturalizzazione non lo fa per moda, ma per migliorare il suo status sociale all’interno della comunità, per potervi farne parte, per trovare più facilmente un lavoro e avere un salario. La richiesta di naturalizzazione inoltre avviene dopo anni di permanenza in Svizzera e nella maggior parte dei casi dopo aver seguito un corso apposito. Chi sono io allora per impedire ad una persona di diventare svizzera? Solo perché siedo ad un banco in una sala del Palazzo comunale posso sentirmi libero di rivoltare una persona uguale a me per vedere quanto è meno uguale? Mi vengono alla mente quei poveri professori di scuola frustrati, che usavano i voti non per contribuire alla crescita dell’allievo, ma per esercitare un potere. È in questi casi che vedi che tra i banchi di un Consiglio comunale serpeggia latente una forma subdola di razzismo, mascherato da immacolato sentimento patrio.

Seguire la normale procedura e perseguire con serietà un compito affidatoci dal diritto nazionale e dalla popolazione che ci ha votato è un dovere a cui noi consiglieri comunali non dobbiamo assolutamente sottrarci, ma non bisogna cadere nel ridicolo.

Qualcuno una volta, durante una discussione su una naturalizzazione, lamentava che il candidato parlasse male l’italiano. Io da bravo svizzero non ricordo più nulla di tedesco e mastico poco il francese, il romancio non so neanche cos’è. Riguardo l’italiano, basti guardare ad alcuni personaggi della politica cantonale per capire che la corretta grammatica è un optional anche tra gli svizzeri italofoni.

Ci si arrampica sugli specchi, si spulciano le carte, si cercano zone d’ombra nascoste chissà dove per poter avere la soddisfazione di cosa? Di negare il passaporto rossocrociato ad un potenziale delinquente? E agli svizzeri che commettono reati che si fa, glielo togliamo?

Proprio perché la situazione è già grave di per sé e c’è già chi pensa di potersi porre come giudice di altri, il 28 novembre bisogna lanciare un messaggio forte, con 2 NO decisi, altrimenti del nostro passaporto svizzero un giorno potremmo anche vergognarci.

Lucio Negri

Fonte: http://ippolucio.blogspot.com/2010/10/il-razzismo-nelle-piccole-istituzioni_28.html