La rivoluzione portoghese raccontata dagli svizzeri: niente capitani e zero comunisti!

in Cultura+Eventi/Speciale Pardo 2013 di

bus_ssrOggi, forse, ancora qualcuno nel nostro Paese sa che il 25 aprile è il giorno che, nel 1945, sancì la Liberazione dell’Italia dal fascismo. In pochi, però, ricordano – anche perché a scuola ci si guarda bene dall’insegnarlo con il dovuto approfondimento – che lo stesso giorno del 1974, in Portogallo, un movimento di giovani militari animato da valori anti-colonialisti e anti-fascisti concretizzava le aspirazioni del popolo portoghese soggiogato da quasi mezzo secolo dal regime fascista fondato da Antonio Salazar e retto a quel momento da Marcelo Caetano.

L’alibi della cooperazione allo sviluppo

ondesIl regime del cosiddetto “Estado Novo”, autoritario e reazionario, si basava sul pilastro della sicurezza interna, “garantita” dalla PIDE, la temuta polizia politica, che il film “Les grande ondes (à l’ouest)” del regista svizzero Lionel Baier sbeffeggia già nelle prime riprese in terra lusitana. Un film, questo presentato in prima mondiale sulla Piazza Grande di Locarno, sicuramente divertente ma non per questo privo di importantissimi spunti di riflessione, anche riferiti alla realtà elvetica, alle sue tradizioni e istituzioni, a partire dai mass-media. E proprio una troupe radiofonica romanda è protagonista dell’intera vicenda: partiti verso il Portogallo per esaltare (su ordine del Consiglio federale!) quello che appare come un mediocre e ridicolo aiuto allo sviluppo elvetico alla periferia di Lisbona, si ritrovano immersi nel processo rivoluzionario dei Capitani d’Aprile.

Non c’è niente di neutrale

Come ogni pellicola, quella del regista Baier non è assolutamente neutrale. E per fortuna: guai a chi pretende di essere super partes, non è nelle umane condizioni esserlo; che ne prendano buona nota tanti saccenti professoroni. Ed è proprio su questo aspetto che va focalizzata la recensione, poiché se nel complesso la storia narrata è piacevole e meritevole di attenzione, non è possibile come spettatori impegnati, e non come banali fruitori consumistici di cinema, non cogliere le forzature politiche presenti nella pellicola.

I comunisti non devono esistere

pcp_aprileSul finale del lungometraggio appare il Portogallo di oggi: fa bella mostra di sé un manifesto elettorale del “Bloco de Esquerda”, il partito socialista di sinistra sorto nel 1999, che alle ultime elezioni politiche ha raggiunto il 5,2%. Senza voler nulla togliere a questo movimento che merita anche la nostra stima di comunisti, risulta perlomeno strano che sia esso l’unico partito politico che appaia nel film, togliendo di mezzo l’altra grande forza di sinistra portoghese, lo storico PCP marxista-leninista che non solo raggiunge oggi l’8% elettorale, ma che dispone di un radicamento sul territorio nazionale infinitamente maggiore del Bloco e che, nel 1974, nel movimento rivoluzionario esisteva sul serio! Una svista? Forse, ma in tutto il film si ha l’impressione che i comunisti e le loro istanze non debbano mai emergere. Non vogliamo poi discutere di tutti i passaggi in cui la Rivoluzione viene dipinta quasi come momento di espressione libertina orientata alla liberazione sessuale che, per quanto divertente, poco ha di affine alla realtà. La voglia di emancipazione sociale delle fasce popolari che si riconoscevano nel Partito Comunista Portoghese è del tutto assente, sottomessa al cliché secondo cui quel movimento vertesse solo e soltanto sulla conquista della democrazia liberale e dei diritti civili, negando di fatto il carattere di classe della lotta del ’74, che invece era presente.

I garofani sono solo socialdemocratici

portugal_25abril1974Niente viene detto sui Capitani d’Aprile o sui vari loro esponenti. Vasco Gonçalves e Otelo de Carvalho, per citarne solo due, semplicemente non esistono! Anzi: l’ufficiale che appare in una scena (anche piuttosto simpatica) ha tutta l’aria dello sprovveduto. Solo un leader politico emerge da questo strano 25 aprile 1974: Mario Soares, capo della Socialdemocrazia già fortemente orientata al compromesso coi borghesi, dipinto quasi fosse l’unico vero dissidente del regime salazarista. Di Alvaro Cunhal, segretario generale del PCP che fu condannato a trent’anni di carcere in quanto filo-sovietico e che trascorse ampia parte della sua vita in clandestinità dopo essere evaso dal carcere militare nel 1960, non vi è traccia: eppure fu ministro durante il governo di transizione democratica e nel 1979 la coalizione da lui guidata sfiorò il 20%: la Rivoluzione dei Garofani, insomma, viene qui ridotta al solo Soares.

L’immancabile riferimento all’Est

Infine il paragone storico del tutto fuori luogo non poteva mancare: la Rivoluzione dei Garofani avrebbe dato il là al processo di liberazione dei paesi …dell’Europa dell’Est. Così spiega la voce fuori campo di Pelé, il ragazzo della storia, ormai diventato adulto. Ci preme sottolineare che il crollo del Muro di Berlino avverrà ben 15 anni più tardi ed esattamente ad opera di un’area politica ben diversa da quella che egemonizzava il discorso a Lisbona! Si tratta insomma un collegamento che non regge e che in ogni senso appare forzato. Fra i fautori del processo rivoluzionario portoghese, infatti, vi erano proprio i governi dei paesi del socialismo reale, che avevano non solo dato rifugio ad alcuni dei protagonisti del ’74, ma la cui politica anti-colonialista combaciava con la rivendicazione del Movimento delle Forze Armate che rovesciarono Marcelo Caetano. Non si tratta, sia chiaro, di banalizzare i fatti del 1989 e men che meno vogliamo idealizzare il socialismo reale, ma cercare in ogni modo e in ogni occasione di equiparare il comunismo (sia esso quello del periodo staliniano, sia esso quello gorbacioviano) con il fascismo (sia esso quello nazista o quello dell’“Estado Novo”) è un abominio dal punto di vista storico e politico: un tentativo di strumentalizzare tutto ideologicamente, in funzione di una visione univoca della realtà, nella quale si demonizza tutti coloro che si pongono al di fuori della tradizione liberal-democratica, che assurge così a “pensiero unico” (e come tale davvero “totalitario”).

 

Massimiliano Ay, membro della redazione di #politicanuova