Combattere la disoccupazione giovanile o combattere i giovani disoccupati?

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Il 26 settembre saremo chiamati alle urne ad esprimere la nostra opinione sulla riforma dell’assicurazione disoccupazione (LADI). Gli esiti di questa votazione non sono affatto privi d’importanza, ma anzi, influenzeranno in modo importante le future generazioni, ed in particolare quelle meno abbienti. Ad evidenza di questo, sono da annoverare tra i molti oppositori anche diverse associazioni a carattere giovanile. Anche i Giovani Liberali Radicali (GLR), nel mese di marzo, pur con soluzioni alternative discutibili, si erano appellati al parlamento svizzero con l’intento di far desistere l’attuazione della riforma dell’assicurazione disoccupazione. Tale riforma prevede la diminuzione dei giorni in cui si avrà diritto all’indennità, come se essere disoccupati sia una scelta di vita e non un periodo difficile che può capitare a tutti e questo taglio sarà ancora più drastico se si avrà meno di 25 anni. Una totale mancanza di coerenza da parte della destra, che a parole dice di volersi preoccupare della piaga sociale della disoccupazione giovanile. E oltre ai giovani saranno colpite anche le donne in maternità.

Per uno Stato che ambisce ad essere democratico, è prioritaria la garanzia di un’assicurazione disoccupazione sufficiente a colmare i difetti strutturali del sistema economico capitalista. Questo atteggiamento è orgoglio di un’amministrazione attenta a colmare le difficoltà economiche che possono sussistere lungo l’arco della vita lavorativa di un qualunque individuo. Non bisogna però stupirsi di questo ennesimo attacco allo stato sociale, esso segue infatti l’onda dei piani d’austerità intrapresi negli ultimi anni dalla maggioranza degli Stati europei.

In un momento di crisi, come quello che stiamo vivendo oggigiorno, si ha la perversa tendenza alla diminuzione dei salari indiretti, stanziati cioè mediante il “Welfare”, tramite lo stato sociale. A favore di questa tesi si ricordi l’attacco alle casse pensioni (LPP), respinto coscientemente dalla popolazione il 7 marzo scorso dopo una grande mobilitazione dei sindacati e delle organizzazioni di sinistra, ed al prossimo attacco all’AVS, presto in arrivo. L’indebolimento dei salari indiretti e la contemporanea stagnazione di quelli diretti reali, risultato del lavoro, sono l’effetto scatenante dei problemi economici attuali. Una società di bassi salari, non può colmare l’eccesso di produzione, creando divari pericolosi tra domanda e offerta. La diminuzione delle prestazioni ai disoccupati porterà inevitabilmente alla diminuzione del potere d’acquisto e dunque alla caduta della domanda globale.

Ci sono sicuramente alternative più sociali per assicurarsi i 600 milioni che la revisione della LADI vorrebbe risparmiare. Uno di questo è la campagna lanciata dal Partito Svizzero del Lavoro (Partito Comunista in Ticino), una sorta di “scudo sociale”, che prevede un contributo dello 0.1% del capitale proprio di quelle aziende di grandi dimensioni che ne possiedono almeno 1 miliardo. L’effetto su queste aziende sarebbe minimo. Un confronto: il salario medio in Svizzera è 5800 franchi al mese. Lo 0,1% sono 5,80 franchi, cioè un caffè e un cornetto. Non si chiede molto, solo che le grandi imprese diano in proporzione i soldi di un caffè e un cornetto ogni anno, al fin di salvare lo stato sociale.

In secondo luogo pensiamo all’esercito svizzero, il quale pesa sulle casse nazionali per circa il 10% delle spese totali. Un ridimensionamento mirato alle attuali necessità – semmai ve ne sono! – della Confederazione permetterebbe un risparmio notevole, ed un riutilizzo a tutela dello stato sociale.

È altresì lampante con quale facilità siano stanziati soldi a favore d’istituzioni bancarie, ree d’aver privilegiato la finanza “creativa” (già ma creativa coi soldi degli altri!), causando bolle finanziare e la conseguente situazione attuale di crisi, senza avere una minima sicurezza che queste azioni non si ripetano in futuro.

Perché è così difficile salvaguardare chi non ha colpe, chi ha la peggio, ed invece si continua a finanziare operatori economici che sono la causa scatenante dell’attuale crisi e che servono ancora annualmente bonus mostruosi?

Alessandro Lucchini, economista, è vice-segretario del Partito Comunista (Svizzera) e membro della World Association of Political Economy (WAPE). Consigliere comunale di Giubiasco dal 2012 al 2017 è oggi membro del legislativo comunale di Bellinzona.