Il ruolo dei livelli nella selezione sociale

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Per effettuare un’analisi complessiva sul significato e le conseguenze dei livelli nelle scuole medie dobbiamo considerare la questione relativa alla selezione sociale. In uno studio di Mario Donati del 1999 si evidenziava come la scelta dei livelli non fosse del tutto basata su una questione di “attitudine” quanto di origine sociale. Ciò appare abbastanza logico, essendo i livelli un fattore importante che consente o meno ad un ragazzo di accedere agli studi superiori: “mentre le scuole medie superiori attingono a piene mani nelle fasce sociali elevate e in quelle medie, le formazioni con apprendistato reclutano una grossa fetta dei loro utenti ai piani inferiori della composizione sociale della popolazione”.

I ragazzi sono separati in corsi diseguali che portano a risultati diseguali; i livelli possono configurarsi come il primo stadio concreto relativo alla selezione sociale, che poi assume tutta la sua valenza con la fine della quarta media e la scelta del proprio futuro scolastico. E poiché le scuole medie superiori (e particolarmente il liceo) sono il trampolino di lancio verso l’università, la dinamica e la composizione sociale di questa realtà é similare: “ci vogliono un po’ meno di tre allievi di classe sociale superiore alla scuola media per ottenerne uno all’università cinque anni dopo. Ne devono partire invece circa 8 di classe sociale media per averne uno all’università, mentre ce ne vogliono 17 (quasi una classe!) di origine sociale inferiore per ritrovarne uno all’università”. Questa situazione è stata confermata nel 2007, quando si evidenziò il legame a filo doppio che sussiste tra origine sociale ed origine etnica. Il Dipartimento Educazione Cultura e Sport (DECS) ammise cifre inquietanti circa la selettività che colpiva i ragazzi di origine straniera al termine della quarta media:“dei circa 400 allievi spagnoli che terminano la quarta media, solo 51 li ritroviamo al liceo; dei circa 50 allievi turchi al termine dell’obbligo scolastico, continuano gli studi solo in 7”. Più che l’origine nazionale in tale occasione era la condizione socioeconomica famigliare a influenzare la scelta di continuare gli studi. Questi dati empirici mettono in discussione la credenza per cui la nostra sia una società in cui il diritto allo studio è garantito e dove chiunque può continuare gli studi senza difficoltà, basta che si applichi. Deve essere inoltre smentito l’assunto per cui le differenze di classe non esisterebbero più nella società occidentale e, semmai, continuerebbero ad esistere solo minime disuguaglianze sociali dovute anche alle diverse “attitudini” individuali.

Il programma scolastico richiede vari elementi di partenza che non sono in sé discriminatori, ma che lo diventano quando non tutti gli allievi ne possono disporre. Si sottintende – sbagliando – che tutti i bambini abbiano a casa un quotidiano, che possano prendere del materiale didattico da casa, che i genitori siano al corrente del funzionamento scolastico e che abbiano un’istruzione adatta per seguire il progredire dei figli nell’apprendimento. È peraltro evidente come studenti di classi sociali agiate abbiano dietro di sé una famiglia che trasmette loro determinate conoscenze, valori, atteggiamenti in relazione alla cultura. Tutto ciò influenza il profitto scolastico. Un bambino, come spiega lo psicopedagogista Giovanni Galli, che cresce in un ambiente dove la lettura di libri è vista come una normale attività ha certamente dei vantaggi. I bambini che provengono invece da famiglie socio-economicamente sfavorite hanno maggior bisogno di accoglienza nel sistema scolastico, ma tuttora non sono sviluppate strutture che permettono ad essi di effettuare un percorso educativo con le stesse possibilità rispetto agli altri ragazzi. Gli allievi provenienti da un contesto diverso, che non padroneggiano perfettamente la lingua e che hanno interiorizzati norme culturali diverse, devono essere seguiti con professionalità per scongiurarne l’esclusione, la mancanza di partecipazione, sia in classe, che all’esterno: tutto ciò in un prossimo futuro potrà avere ripercussioni sul relazionarsi con la società e ne accrescerà la marginalità. In tal senso la questione del disagio giovanile (come conseguenza di fattori sociali) va compresa per stroncarla dalle fondamenta, potenziando il sostegno pedagogico e costituendo servizi di sostegno sociale in tutte le scuole.

I contrari all’abolizione dei livelli non ritengono problematica una selezione sociale avente inizio all’età di 12 anni, che può compromettere la condizione socio-economica di una persona nel periodo adulto. Essi sostengono che in una Scuola Media “unica” gli allievi “più deboli” verrebbero trainati “verso risultati utopici”. La terminologia ne rivela l’idea di fondo: gli allievi più deboli sono un peso. I programmi di matematica e tedesco nelle scuole medie – invece – non sono una meta raggiungibile solo da alcuni, i loro obiettivi sono alla portata di tutti. Naturalmente la scuola deve creare le condizioni necessarie affinché ognuno riesca a raggiungerli. Queste non sono la separazione degli allievi in classi distinte a due velocità, bensì la creazione di classi dove i “più deboli” possano beneficiare dell’aiuto degli altri. Si creerebbe così quel rapporto di collaborazione ed aiuto reciproco che sta alla base di una vera pedagogia e di una vera didattica, già anticipata da Stefano Franscini. Bisogna marciare con piccoli passi per colmare gli aspetti derivanti di una provenienza sociale penalizzante: la riduzione del numero di allievi per classe, l’incremento del numero d’insegnanti, la statalizzazione di certi servizi para-scolastici e l’introduzione di recuperi e dopo-scuola.

Sarà tuttavia fattibile pensare ad una democrazia sostanziale nella scuola solo nell’ambito di un complessivo programma politico volto alla trasformazione sociale poiché la scuola non può essere l’unico strumento per creare uguaglianza senza che parallelamente vi sia un cambiamento all’interno della realtà politica e lavorativa: occorre migliorare anche le condizioni socio-economiche delle famiglie affinché i figli possano realmente – senza penalizzazioni – determinare il proprio futuro.

Aris Della Fontana, coordinatore della Gioventù Comunista

Aris Della Fontana, di formazione storico, è direttore della rivista marxista #PoliticaNuova. E' stato coordinatore della Gioventù Comunista della Svizzera Italiana e dal 2012 è consigliere comunale a Pollegio (TI).