Atene, l’euro e il consenso di Berlino

in Economia e Lavoro/Europa/Internazionale di

Le agenzie di rating imperversano. Hanno di nuovo bocciato la Grecia, spingendola alla ristrutturazione del debito. Dopo, però, chi comprerà le merci tedesche? 

Le vicende caotiche e affannose degli ultimi mesi relative alle difficoltà finanziarie di alcuni paesi europei, dalla Grecia all’Irlanda, dal Portogallo alla Spagna, con sullo sfondo le minacce di destabilizzazione dell’euro, ci spingono a cercare di mettere, per quanto possibile, alcuni punti fermi sulle questioni in gioco, cosa peraltro abbastanza difficile. Nel testo faremo riferimento in particolare, tra l’altro, a quanto è sinora emerso in proposito sulla grande stampa internazionale, nonché a un pamphlet pubblicato di recente con la firma di un certo numero di economisti francesi, testo che peraltro metteremo presto a disposizione dei lettori del sito. Riprenderemo, inoltre, alcuni concetti già espressi in un articolo scritto per questo stesso sito circa un anno fa, in data 12 maggio 2010 e che ci sembra che restino ancora validi.
Analizziamo quindi brevemente i punti che ci sembrano rilevanti.

1.Come risposta alle grandi difficoltà in atto, la strategia portata avanti nell’eurozona tende a spingere tutti i paesi a tagliare pesantemente i deficit pubblici, mentre peraltro la crisi di alcuni paesi non è, o è dovuta solo in parte, a deficit di bilancio elevati. In certi casi, ad esempio per quanto riguarda la Spagna e l’Irlanda, e anche in parte il Portogallo, il problema è quello invece della crisi delle banche e del settore immobiliare. Così, si sta combattendo, almeno in parte, una battaglia sbagliata, come hanno sottolineato da tempo diversi commentatori;

2. per altro verso, le autorità di Bruxelles stanno trattando il caso greco come se esso si riducesse a una crisi di liquidità, di mancanza cioè solo temporanea di risorse finanziarie. Nella sostanza, invece, si tratta di una crisi di solvibilità, nonostante il diverso parere di qualche isolato esperto finanziario, come il nostro Bini Smaghi; in altri termini, il paese non possiede apparentemente attività sufficienti per ripagare tutti i debiti o, almeno, si trova in una situazione in cui sarebbe difficilissimo alienare in un tempo relativamente breve, come sarebbe necessario, tutte le attività. Quindi, anche da questo punto di vista, sembra che si stia combattendo una battaglia sbagliata;

3. in un certo senso, con i tassi di interesse sui titoli di stato greci che hanno raggiunto ormai in questi giorni il 17%, appare chiaro che il paese non potrà più accedere al mercato per finanziarsi e che quindi i soldi che continuano a essere necessari dovranno arrivare nei prossimi mesi e anni, volenti o nolenti, dagli stati europei e dal fondo monetario internazionale, come sottolinea di recente W. Munchau (Munchau, 2011). Quando, tra qualche anno, i privati e, in particolare, le grandi banche tedesche e francesi, si saranno così sbarazzate dei loro titoli greci, il conto lo pagheremo noi. Probabilmente allora si arriverà a un taglio del 50-70% dell’intero debito;

4. la posizione della Germania appare abbastanza singolare e apparentemente tutta dettata da preoccupazioni politiche interne di corto respiro (si vedano in proposito Wolf, 2010 e l’Economist, 2010). Come abbiamo già ricordato un anno fa, circa la metà delle esportazioni tedesche, fattore sul quale si basa la prosperità del paese, va verso gli altri stati della zona euro. Essa tende a vedersi come un paese virtuoso e a valutare i suoi vicini come cicale spendaccione, considerando inoltre ovvio che l’onere degli aggiustamenti necessari debba gravare su questi ultimi. Ma la Germania può essere quella che è – un paese con una forte disciplina di bilancio, una domanda interna debole e un grande surplus della bilancia commerciale – solo perché altri non lo sono. Ora essa pretende che tutti i paesi eliminino i loro deficit pubblici eccessivi. Il risultato più probabile di tale politica sarà quello di un rilevante rallentamento delle economie con larghi deficit di bilancio e del commercio estero. La Germania non può volere che i suoi vicini continuino a comprare le merci tedesche ma smettano di prendere a prestito del denaro sui mercati. Dal momento che i suoi surplus commerciali sono i deficit di qualcun altro e che i suoi successi sono fatti almeno in parte a spese dei suoi vicini – il saldo della bilancia commerciale tedesca con la Cina è in forte deficit, deficit che viene colmato dal suo surplus con gli altri paesi europei – tale posizione appare del tutto incoerente. I paesi in surplus devono finanziare quelli in deficit – come f.nno da tanti anni la Cina e il Giappone con gli Stati Uniti – altrimenti questi ultimi non potranno più continuare a comprare le merci tedesche;

5. i problemi della Grecia
, come quelli di tutti i paesi del Sud Europa, compresa l’Italia, sono anche problemi strutturali, di scarso livello competitivo delle sue imprese, problemi che una volta, prima del varo dell’euro, venivano risolti periodicamente attraverso delle svalutazioni delle rispettive monete, cosa che oggi non si può più fare. Sarebbe necessario quindi non bastonare tali paesi con politiche di bilancio assurde, ma aiutarli attraverso il varo di un grande piano di investimenti a livello europeo che contribuisca fattivamente a innalzare il loro livello di competitività. Così ha fatto ad esempio la stessa Germania, dopo l’unificazione, nei confronti della parte est del paese e così ha provato a fare – ma avrebbe dovuto fare meglio – a suo tempo l’Italia con la Cassa per il Mezzogiorno;

6. la storia sembra ricordarci
che è difficile che si diano alla fine unioni monetarie senza anche unioni politiche. Per questo la crisi in atto finirà inesorabilmente, magari fra qualche anno, o con l’uscita di diversi paesi dall’euro e la creazione di un’eurozona limitata alla Germania e ai paesi del Nord Europa o con un’unione anche politica del continente (Munchau, 2011), le cui forme specifiche e i cui vari passaggi sarebbero ovviamente tutti da definire. Da questo punto di vista appare desolante constatare come oggi il progetto europeo sia del tutto bloccato e anzi in almeno parziale ritirata. Alla fine, comunque, questa crisi riguarda la politica, non l’economia (Meyer, 2011). Molti uomini politici di diversi paesi approfittano, tra l’altro, delle difficoltà degli stati del Sud per sabotare la solidarietà europea e per creare o sviluppare un sentimento anti-europeo;

7. su di un altro fronte, cosa significa veramente il taglio dei bilanci pubblici? Questa crisi è cominciata, sul fronte finanziario, come una crisi delle banche e finisce con il taglio dei salari. Si registra a questo proposito un accanimento di stampo neoliberista. La competitività significa per Bruxelles semplicemente ridurre i salari e aumentare la produttività del lavoro (Manifeste…, 2010). Si esprime chiaramente su questo punto ad esempio The Economist in un recente articolo (The Economist, 2011), quando afferma, con riferimento questa volta alla Spagna, che la sola soluzione per il paese è quella di puntare all’aumento delle esportazioni, ciò che richiederebbe un taglio nel valore reale dei salari. Ma alla fine, per altro verso, il rapporto deficit/pil non migliora, perché se si tagliano i salari e le pensioni, se si taglia il deficit, soprattutto in certe direzioni, si taglia anche il pil; in altri termini il pil non regge perché la domanda diminuisce. Per altro verso, tagliare i bilanci pubblici è un modo, per così dire “elegante”, di ridimensionare il ruolo dello stato nell’economia, altra assunzione ideologica. Per quanto riguarda poi un aumento delle esportazioni, si tratta di un obiettivo largamente illusorio, in un mondo in cui tutti i paesi pensano in questo momento di risolvere i loro problemi con maggiori vendite all’estero.
Viste le cose anche in un altro modo, le scelte che rassicurano i mercati inquietano sempre più le popolazioni, che nel nostro caso stanno in effetti cominciando ad agitarsi in maniera pesante, dalla Grecia alla Spagna, alla Gran Bretagna, mentre d’altro canto le scelte che rassicurerebbero le popolazioni inquieterebbero i mercati (Ferguson, 2010);

8. la stretta di bilancio che viene in questo momento applicata in Europa, ma la cui filosofia di fondo pervade anche la Gran Bretagna e gli Stati Uniti – paesi anch’essi presi in questo momento nel vortice dei tagli – ci riporta anche a un paradosso, a una nemesi della storia. I paesi occidentali, che hanno imposto per decenni a quelli dell’allora Terzo Mondo il Washington consensus – fatto appunto di tagli ai bilanci pubblici, di privatizzazioni, di riduzioni dei salari e così via – oggi, come ha rilevato qualche commentatore, si ritrovano a subire l’imposizione di politiche per molti aspetti similari e che si riveleranno alla fine come altrettanto fallimentari;

9. si può provare un sentimento
di rabbia, come hanno sottolineato diversi esperti, nel vedere che agenzie di rating che negli ultimi dieci anni, dalla crisi della Enron alla bolla internet alle difficoltà attuali, hanno sbagliato tutte le loro stime e dovrebbero quindi ormai essere sommerse dal discredito universale, continuare invece a essere prese ancora molto sul serio. Così, i vari paesi europei attendono con trepidazione ogni mattina il responso di Fitch o di Moody’s, alcuni pregando il cielo affinché esso non sia troppo duro, altri aspettando con rassegnazione che venga il loro turno a essere chiamati alla resa dei conti ed esposti al pubblico ludibrio. A proposito, fra quanti mesi, o forse settimane, sarà il turno dell’Italia? Parallelamente, i mercati finanziari, appena salvati dall’intervento degli stati, tendono a punire ora gli stessi stati per i loro deficit eccessivi provocati peraltro proprio in molti casi dagli interventi di salvataggio.

Vincenzo Comito

Da: Sinistrainrete.info

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