Peggiorano le condizioni di lavoro nell’edilizia in Ticino

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Il settore edile ha bisogno di mobilitazione e di lotta. Da qualche anno gli operai non si fanno sentire, lo sciopero è tornato in un cassetto e così i padroni riprendono coraggio ed alzano ulteriormente la mira. Il 2011 porterà giocoforza a delle tensioni tra salariati e datori di lavoro. La “sacrosanta” pace del lavoro potrebbe rompersi sotto gli attacchi padronali durante le discussioni sul rinnovo del Contratto Nazionale Mantello dell’Edilizia Principale (CNM). L’arroganza del padronato si è mostrata più volte negli ultimi mesi. Già l’attitudine adottata sugli adeguamenti salariali ne è un primo esempio. Un’offerta massima di 30 franchi al mese (lordi), insufficiente per coprire già solo l ‘aumento dei premi di cassa malati, figuriamoci il carovita complessivo.

In sede di trattativa per il rinnovo contrattuale, pare sia stato sferrato un attacco duro e mirato da parte della SICC, contro i diritti dei lavoratori edili. Il tentativo promosso intenderebbe deregolamentare ulteriormente le condizioni di lavoro, introducendo una settimana lavorativa di 6 giorni, con un orario che può variare tra le 35 e le 48 ore, lasciando spazio alla più ampia flessibilità. Questa e altre gravi richieste come il licenziamento durante un periodo di malattia o la riduzione dello stipendio del 15% per i giovani sotto i 20 anni, sono sicuramente le prove generali per lanciare un più vasto attacco in tutti i settori del cantiere. È quindi necessario dare una risposta solida, in piazza, per far capire ai padroni che gli operai esistono ancora e che non devono essere sempre loro a fare sacrifici, mentre gli imprenditori realizzano enormi profitti.

L’economia nell’edilizia tira. Attualmente da un punto di vista della mole di lavoro il settore si sviluppa velocemente. Delle politiche finanziarie poco serie continuano a mantenere bassi i tassi d’interesse delle ipoteche. Al contempo i criteri di concessione di credito sono più che labili e sempre più spesso a tasso variabile, spalancando le porte agli speculatori immobiliari. Quando fare soldi facili, investendo nella finanza diventa più difficile, essenzialmente dopo la crisi del 2008, l’ideale dell’immobiliare come “bene rifugio” si è ulteriormente rafforzato. La crescita nel settore edile è molto forte, al punto da chiedersi se questo ritmo sia sostenibile a lungo termine. Per quel che riguarda la sostenibilità ambientale si sta sicuramente raggiungendo il massimo sopportabile.

Nonostante l’attuale fase di forte concorrenza, i prezzi delle case continuano a salire. Questo significa che la concorrenza influisce unicamente nel determinare l’azienda più performante, ma in generale i guadagni sui prodotti finiti rimangono elevati, soprattutto per le ditte più grosse. La crescita dei prezzi delle case è tendenzialmente dettata dalla grande domanda, sostenuta appunto dai bassi tassi ipotecari, ma non corrisponde al valore reale dei beni immobiliari. Di questo passo si alimenta la creazione di una bolla speculativa, che se dovesse esplodere, provocherebbe ingenti ripercussioni sui lavoratori edili, ma anche in tutti i settori collaterali, rischiando di trascinare l’intera economia cantonale (e nazionale) in una vera e propria crisi profonda. Gli effetti porterebbero ad una riduzione importante dei posti di lavoro nel settore e quindi anche nei settori collaterali. Ci sarebbe un aumento dell’esercito di riserva dei lavoratori, che favorirebbe la concorrenza tra salariati e quindi un ulteriore dumping.

Per evitare o almeno ritardare la crisi nel settore è quindi importante iniziare a tenere da conto il lavoro. Se le ditte tenessero al benessere del settore e anche di tutto il cantone, invece di licenziare, subappaltare e ricattare dovrebbero rallentare i ritmi, diminuire gli orari e assumere più personale. È chiaro che questo non potrà che essere contro gli interessi dei padroni, andandone ad intaccare i profitti. È altrettanto chiaro che per andare avanti i lavoratori devono trovare l’unità e difendersi l’uno con l’altro. La lotta di chi lavora, che lo si voglia o no, è di classe ed implica il conflitto con chi “da” il lavoro.

Uno sciopero nel settore edile dipende in primo luogo dai lavoratori. Solo loro possono decidere le modalità della lotta. Sicuramente ci saranno dei compagni che s’impegneranno per mobilitare. Sperando che quei compagni siano sempre di più e che la necessità della lotta venga capita fin nell’ultimo cantiere del Gambarogno, ci auguriamo un pieno successo dei muratori nella battaglia per la difesa del CNM. perché chi lotta può perdere, ma chi non lotta ha perso in partenza.

Leonardo Schmid, militante del Partito Comunista